La grafica che stiamo guardando non è una pubblicità: è un atto di critica visiva costruito con la grammatica dei cartelli di sicurezza. Su fondo bianco, in alto, campeggia il marchio BYD in rosso, con quelle lettere aperte e tagliate che sembrano tubi piegati più che caratteri tipografici. Sotto, una sequenza in tre tempi: il frammento isolato delle lettere Y e D, una freccia, il pittogramma di una persona seduta sul water che legge, un’altra freccia, il triangolo con punto esclamativo. In fondo, una fascia rossa con la scritta warning: association risk. Chi l’ha disegnata sta dicendo una cosa sola, e la sta dicendo con il linguaggio dei segnali di pericolo: quel marchio, letto per frammenti, può evocare qualcosa che l’azienda non ha mai voluto evocare.
Prima di tutto: questa grafica è progettata bene
Lavoro da anni con sistemi di segnaletica e la prima cosa che ho notato non è la battuta, ma la scelta del codice visivo. Il triangolo rosso con il punto esclamativo è il segnale di avvertimento generale normato a livello internazionale, quello che ritrovi sui quadri elettrici e sui macchinari di cantiere. Il pittogramma del sanitario appartiene invece alla famiglia dei simboli di informazione al pubblico, quelli degli aeroporti e delle stazioni. Mettere insieme i due registri e aggiungere due frecce di flusso significa costruire una catena causale che il cervello legge in meno di un secondo, senza bisogno di didascalie. È esattamente il motivo per cui la grafica funziona: non argomenta, mostra. E quando ho provato a farla vedere a persone che di auto non sanno nulla, tutte hanno capito la tesi prima ancora di leggere le scritte in inglese. Esistono procedure normate per misurare proprio questo, la comprensibilità di un simbolo grafico su campioni di persone di culture diverse: chi progetta segnaletica seria le usa, chi fa loghi quasi mai.
Da fabbrica di batterie a marchio da traffico: perché tre lettere
BYD nasce a Shenzhen nel febbraio 1995 come produttore di batterie ricaricabili, con una ventina di dipendenti, e solo molti anni dopo diventa il colosso dell’auto elettrica che oggi vediamo nei parcheggi dei centri commerciali italiani. L’acronimo è l’eredità di quella fase industriale: per un fornitore di componenti un marchio di tre lettere è perfetto, perché deve stare su un capitolato, su una scatola, su un contratto, non deve sedurre nessuno. La traduzione in Build Your Dreams arriva come chiave di lettura in inglese ed è una scelta tipica delle aziende cinesi che si affacciano all’export: un acronimo tecnico che diventa frase motivazionale.
Il percorso grafico è altrettanto rivelatore. Le prime versioni usavano un ovale bipartito in chiaro e scuro che molti, non a torto, trovavano imbarazzantemente vicino a un celebre stemma tedesco. Nel 2007 arriva l’ellisse con il lettering corsivo all’interno, soluzione prudente e perfettamente anonima, del tipo che negli anni Duemila hanno adottato decine di costruttori asiatici. Il 17 febbraio 2022, a Shenzhen, l’azienda presenta l’identità attuale: via la cornice ellittica, resta il lettering nudo, geometrico, con le aste interrotte. Non è un maquillage, è un cambio di ruolo dichiarato: dal fornitore che si nasconde dietro un distintivo generico al marchio che vuole stare in prima fila.
Cosa si guadagna e cosa si perde togliendo l’ellisse
Togliere la cornice a un marchio automobilistico è una decisione pesante, e nei progetti che ho seguito è sempre quella che fa litigare di più il tavolo. La ricerca accademica sulla forma dei loghi mostra che i contorni circolari e morbidi tendono a far attribuire alla marca qualità come l’accoglienza e la morbidezza, mentre le forme angolari spingono verso percezioni di solidità e durata: non sono effetti enormi, ma sono misurabili e replicati. L’ellisse, insomma, lavorava sul registro rassicurante. Il lettering attuale, con quei tagli netti e quei terminali piegati ad angolo retto, sposta il marchio sul versante tecnologico e un po’ freddo, coerente con un’azienda che vende batterie prima ancora che automobili.
Il prezzo da pagare è noto anche quello: gli studi sul restyling dei loghi mostrano che i consumatori più legati alla marca reagiscono peggio ai cambiamenti, mentre chi ha un legame debole li accoglie senza problemi. Per BYD, che in Europa parte quasi da zero in termini di affezione, era il momento perfetto per farlo. Per un marchio storico italiano sarebbe stato molto più rischioso.
Pareidolia: perché il cervello ci vede un sanitario
Veniamo al punto che la grafica solleva. Il nostro sistema percettivo è una macchina che completa, e che tende a riconoscere oggetti familiari dentro configurazioni ambigue: è il fenomeno studiato in psicologia sotto il nome di pareidolia, documentato per i volti ma valido per qualsiasi forma nota. Un marchio costruito con tratti spessi, angoli retti e vuoti interni ampi è, dal punto di vista della percezione, materiale perfetto: quei segni somigliano a tubature, a profili tecnici, a elementi idraulici. Isolare il frammento, come fa il poster, non è un gioco sleale: nella vita reale i loghi vengono tagliati di continuo, da una targa, da uno sportello aperto, da un riflesso, da un ritaglio su una app.
Qui però serve onestà intellettuale, e la dico da chi di loghi ne ha disegnati e bocciati: l’associazione proposta dalla grafica non è spontanea, è indotta. Se non mi metti accanto il pittogramma del sanitario, difficilmente ci arrivo da solo. Questo non assolve il marchio, lo colloca: non è un errore di progetto, è una vulnerabilità di progetto. E una vulnerabilità si gestisce con regole d’uso severe, cioè vietando i ritagli parziali e proteggendo le distanze minime.
Cinque prove concrete per giudicare qualunque marchio
Questo è il regalo che quella grafica fa al lettore: una griglia per smettere di dire che un logo piace o non piace e iniziare a verificarlo. Sono le prove che faccio sempre, in questo ordine.
- La prova della distanza. Le linee guida basate su ricerca per la segnaletica indicano circa nove metri di leggibilità per ogni 2,5 centimetri di altezza del carattere, che scendono a poco più di sei metri quando il contesto visivo è affollato. Tradotto: una scritta da due centimetri e mezzo su un portellone si legge a una decina di metri in condizioni ideali, non a cinquanta. Chi promette leggibilità a distanza con lettere piccole sta vendendo fumo.
- La prova dei 16 pixel. Riduci il marchio alla dimensione di una favicon o dell’icona di una app. Se i vuoti interni si chiudono e resta una macchia, il progetto non regge il mondo digitale in cui viviamo.
- La prova del monocromatico. Stampalo in nero su bianco e poi in negativo. Un marchio che vive solo grazie al colore è un marchio che muore al primo fax, al primo stampo, alla prima incisione.
- La prova dello specchietto. Specchia l’immagine. Serve a scoprire asimmetrie nascoste e, nel caso dei marchi applicati su veicoli, a capire come appariranno a chi li vede arrivare da dietro.
- La prova dei tre secondi. Mostra il marchio per tre secondi a qualcuno che non lo conosce, poi chiedigli di ridisegnarlo a memoria. Quello che resta sul foglio è il marchio vero. Tutto il resto è decorazione.
Aggiungo una sesta prova, quella che il poster incarna: la prova del frammento. Copri due terzi del marchio e guarda cosa rimane. Se il pezzo superstite racconta una storia diversa da quella che vuoi raccontare, hai un problema di controllo, non di gusto.

Build Your Dreams, ovvero quando un nome attraversa gli alfabeti
La parte più istruttiva della vicenda non è grafica ma linguistica. La ricerca sul trasferimento dei nomi di marca tra lingue distingue approcci fonetici, semantici e misti, e mostra che la stessa soluzione può funzionare benissimo in un mercato e risultare goffa in un altro, perché cambia il modo in cui il nome viene letto, pronunciato e caricato di significato. Gli studi con eye tracking confermano che i consumatori processano in modo diverso un nome tradotto a seconda della strategia scelta.
Nel caso concreto, la scritta per esteso applicata sul retro delle vetture ha diviso il pubblico europeo e australiano al punto che l’azienda ha deciso di toglierla dalla maggior parte dei modelli destinati a quei mercati. Dal mio punto di vista è la scelta giusta per una ragione semplice: in Cina quella frase funziona come promessa industriale, in Europa un imperativo motivazionale incollato su un portellone viene letto come pubblicità addosso all’oggetto che hai pagato. Il nome non cambia, cambia il contratto implicito con chi guarda.
Cosa ci insegna davvero questo caso
Il poster che abbiamo davanti è severo, ma la lezione che consegna è più ampia della battuta. Un marchio non è un disegno: è un sistema che deve sopravvivere a contesti che il progettista non controlla, incluse le lettere tagliate a metà, le riduzioni brutali e l’ironia di chi lo guarda da un altro continente. BYD ha fatto una scelta coerente con la sua storia, passando da una cornice che la faceva assomigliare a tutti a un lettering che almeno è riconoscibile, e lo ha fatto nel momento in cui aveva meno da perdere. Il rischio di associazione resta, e si gestisce con disciplina d’uso. Chi oggi progetta un marchio in Italia farebbe bene a prendersi queste sei prove, applicarle prima della presentazione al cliente e accettare che un logo si giudica nel mondo reale, non in una slide.
Fonti
- BYD Europe (2022). Hello! We are BYD. BYD Company Limited.
- Jiang, Y., Gorn, G. J., Galli, M., Chattopadhyay, A. (2016). Does Your Company Have the Right Logo? Journal of Consumer Research.
- Walsh, M. F., Winterich, K. P., Mittal, V. (2010). Do Logo Redesigns Help or Hurt Your Brand? Journal of Product and Brand Management.
- Hong, F. C., Pecotich, A., Shultz, C. J. (2002). Brand Name Translation: Language Constraints, Product Attributes, and Consumer Perceptions. Journal of International Marketing.
- Cui, Y., Liu, X. (2025). Phonetic, semantic and phono-semantic methods of brand name translation: an eye-tracking study. Journal of Brand Management, Springer.
- ISO (2014). ISO 9186-1: Graphical symbols, test methods, method for testing comprehensibility. International Organization for Standardization.
- ISO (2019). ISO 7010: Graphical symbols, safety colours and safety signs, registered safety signs. International Organization for Standardization.
- U.S. Access Board. Synthesis on the Legibility of Variable Message Signing. United States Access Board.
- United States Sign Council Foundation (2018). Research-based Guideline Standards for On-Premise Signs. USSC Foundation.
- Frontiers in Psychology (2022). No common factor for illusory percepts, but a link between pareidolia and delusion tendency.





