Se si cammina lungo il fianco nord della Cappella del King’s College, a Cambridge, e si alza lo sguardo sui contrafforti, si nota una cosa che nelle fotografie di solito sfugge: a una certa altezza la pietra cambia colore. Sotto è chiara, quasi bianca, un calcare magnesiaco portato dallo Yorkshire; sopra è più calda, dorata, un’oolite delle Midlands. La linea non è dritta: sale verso est e scende a gradoni verso ovest, fino a sfiorare terra all’ingresso occidentale. Non è un capriccio decorativo né un restauro maldestro. È la data di una sconfitta militare incisa nella muratura. Quella riga segna il punto a cui erano arrivati gli scalpellini nel 1461, quando il re che aveva voluto la cappella perse il trono e il cantiere si fermò. Ci sarebbero voluti quasi settant’anni, e i soldi dei suoi nemici, per superarla.
Un re di venticinque anni e un quartiere che sparisce
Enrico VI aveva fondato il suo collegio nel 1441, su un lotto modesto dove oggi sorgono le Old Schools, con una cappella di dimensioni ordinarie iniziata nel 1444. Poi l’ambizione crebbe a dismisura. Il re decise che il King’s College of Our Lady and Saint Nicholas doveva essere il collegio più grande d’Inghilterra e la sua cappella non un oratorio, ma qualcosa di simile al coro di una cattedrale: circa ottantotto metri di lunghezza, ventiquattro di altezza interna, una sola navata continua senza colonne. Nel documento noto come Will and Intent, datato 12 marzo 1448, mise nero su bianco le misure che i suoi maestri muratori avrebbero dovuto rispettare.
Per fare posto a quel progetto sparì un pezzo di Cambridge medievale. L’area scelta stava a cavallo di Milne Street, una delle arterie della città commerciale, con le case, i magazzini e gli approdi sul fiume che servivano il traffico fluviale. Nel 1445 il re acquisì la chiesa parrocchiale di St John Zachary, sul lato ovest della strada, insieme al cimitero e ai terreni attorno: era la parrocchia del quartiere e serviva anche da cappella agli studenti di Clare Hall e di Trinity Hall. Fu demolita subito dopo il 25 luglio 1446, e oggi il sito della sua abside sta sotto le campate occidentali della cappella. Il re la fece ricostruire altrove a proprie spese entro il 1453, e come risarcimento assegnò a Trinity Hall il patronato della chiesa di St Edward, che quel collegio esercita ancora. Anche God’s House, una piccola istituzione fondata nel 1437 per formare maestri di scuola, si trovò sulla traiettoria del cantiere e nel 1448 dovette traslocare: rifondata altrove, è il Christ’s College. Chi conosce le demolizioni ottocentesche del centro di Firenze o gli sventramenti romani degli anni Trenta riconoscerà il meccanismo, con la differenza che qui a decidere era un ventenne convinto di lavorare per la propria salvezza eterna.
La prima pietra fu posata il giorno di San Giacomo, il 25 luglio 1446. La tradizione vuole che l’abbia collocata il re in persona, ma gli archivisti del collegio ammettono che la cosa è stata messa in discussione. Il primo capomastro fu Reginald Ely, che aveva già lavorato a Peterhouse e con ogni probabilità alla Old Court del King’s; accanto a lui compare, con il titolo di surveyor, Nicholas Close. A Ely si devono le portine laterali del coro e le due cappelle laterali più orientali sul lato nord, coperte da volte a lierne, cioè da un sistema di nervature ancora tradizionale: la volta a ventaglio che tutti conoscono non era nei piani iniziali.
1461: gli operai smontano i ponteggi e tornano a casa
Nel 1455 scoppiò la guerra delle Due Rose. Per undici anni il cantiere andò avanti, ma il sussidio annuale di mille sterline che arrivava dai possedimenti del Ducato di Lancaster divenne prima irregolare e poi cessò del tutto. I registri del collegio raccontano una storia molto concreta: nel 1459 Reginald Ely non era stato pagato, e gli si dovevano ancora dei soldi quando morì, nel 1471.
Nel 1461 Enrico VI fu deposto. La notizia arrivò a Cambridge e gli uomini del cantiere raccolsero gli attrezzi e se ne andarono. Al collegio si racconta che una pietra rimasta a mezza lavorazione sia stata lasciata dov’era e sia finita, quasi tre secoli dopo, come pietra di fondazione del Gibbs Building, nel 1724. Dopo quindici anni di lavoro c’erano le fondazioni complete e muri che salivano in modo irregolare, alti a est e bassi a ovest. È esattamente ciò che si legge ancora oggi sui contrafforti: il calcare bianco dello Yorkshire, proveniente da cave che il re aveva donato al collegio nella zona di Tadcaster, arriva quasi all’imposta dell’arco delle finestre nella torretta sud-est, più a ovest si ferma al cordolo sotto le finestre delle cappelle laterali, e all’estremità occidentale sfiora appena i gradini. John Saltmarsh, storico e vice-provost del collegio che a questa cappella dedicò gli ultimi vent’anni della sua vita, avanzò una spiegazione affascinante e molto pratica: quei gradoni digradanti verso ovest funzionavano come una scala naturale per gli operai. Va detto, per onestà, che già dal 1460 arrivava pietra anche da King’s Cliffe, nel Northamptonshire, quindi la lettura cromatica non è un cronometro perfetto. Ma una cosa la dimostra: l’intero perimetro, comprese le nove cappelle laterali per lato aggiunte in corso d’opera al posto delle tre previste, era stato tracciato mentre il fondatore era ancora vivo.
Enrico VI fu ucciso nella Torre di Londra il 21 maggio 1471. Aveva ereditato due regni, Inghilterra e Francia, e li aveva persi entrambi. Gli restavano due collegi: Eton e il King’s.
I re nemici che finirono l’opera del vinto
Il vincitore, Edoardo IV, girò al collegio solo una parte minima delle somme che Enrico aveva destinato alla cappella. Per ventidue anni si fece pochissimo. I lavori ripartirono in modo timido nel 1476 con John Wolrich, e dal 1477 con Simon Clerk, capomastro dell’abbazia di Bury St Edmunds e di Eton, che portò a termine e coprì le cinque campate orientali: a lui si deve, probabilmente, il disegno del traforo del finestrone est. La grande volta in pietra prevista dal fondatore venne accantonata perché troppo costosa e sostituita da una copertura lignea, e l’intero progetto del collegio finì in un cassetto.
Nel 1499 il Provost e gli scholars scrissero a Enrico VII, primo Tudor e pronipote acquisito del fondatore, con una frase che vale come una fotografia: la fabbrica iniziata magnificamente a spese regie era ormai abbandonata, uno spettacolo vergognoso. Il re venne a vedere di persona nell’aprile del 1506 e trascorse la festa di San Giorgio al King’s; lasciò cento sterline al Provost John Argentine. Nell’estate del 1508 il cantiere era di nuovo in piena attività e arrivarono quattromila sterline. Nel marzo del 1509, poche settimane prima di morire, Enrico VII ne diede altre cinquemila e ordinò ai suoi esecutori testamentari di garantire i fondi necessari a completare e finire tutte le opere non ancora fatte nella chiesa. L’8 febbraio 1512 gli esecutori versarono un secondo blocco da cinquemila sterline destinato alla volta, agli stalli, alle vetrate e a tutto il resto. In una cappella laterale è ancora esposto il cassone di quercia che serviva a trasportare quel denaro. Il paradosso è totale: la cappella del re Lancaster sconfitto fu portata a termine con i soldi della dinastia che lo aveva spodestato, ansiosa di legittimarsi collegandosi al suo predecessore santo.

Tre anni per la volta più grande del mondo
Il capomastro dell’ultima fase fu John Wastell, l’uomo che ha dato alla cappella il suo volto definitivo. Aveva lavorato accanto a Simon Clerk, di venticinque anni più anziano, e portava con sé un curriculum notevole per l’Inghilterra tardogotica: la torre Bell Harry della cattedrale di Canterbury, il retrocoro di Peterborough, la chiesa di St Mary a Saffron Walden.
Entro il 1512 il guscio era chiuso e coperto in legno e piombo per tutta la lunghezza. Poi Wastell affrontò la copertura in pietra. La volta a ventaglio del King’s, la più grande al mondo, fu costruita in circa tre anni: squadre di scalpellini montate su ponteggi assemblarono, sotto la protezione del tetto ligneo già in opera, un tessuto continuo di conoidi in pietra di Weldon che sembra tirato come un tendaggio da un capo all’altro dell’aula. Nel 1513 Wastell firmò un contratto anche per pinnacoli, torrette e merlature. Nel 1515 la struttura era finita, settant’anni dopo la prima pietra. È una durata da fabbrica del Duomo di Milano concentrata in due sole generazioni di maestranze effettivamente attive.
Nel disegno dei ventagli c’è una firma discreta che vale la pena cercare con il naso all’insù: piccole coppie di frecce incise, un motivo ricorrente nelle volte di Wastell. È il tipo di dettaglio che nessuna fotografia restituisce e che invece si trova a occhio nudo, se si sa dove guardare.
Le iniziali che nessuno ha mai raschiato via
Le vetrate furono completate entro il 1531 e restano il ciclo cinquecentesco più integro d’Inghilterra. Ma l’oggetto che racconta meglio il tempo in cui la cappella fu finita è il tramezzo ligneo che separa l’antecappella dal coro, eretto fra il 1532 e il 1536 per volontà di Enrico VIII: un pezzo di Rinascimento italiano importato di peso nel cuore del gotico perpendicolare, tanto che Nikolaus Pevsner lo definì «the most exquisite piece of Italian decoration surviving in England».
Su quel legno scuro, fra bestie mitologiche, fiori e nodi d’amore, corrono le cifre HR e RA intrecciate, le armi di Enrico e di Anna Bolena affiancate, un profilo femminile, una testa di toro che allude al cognome Boleyn. Lo storico Eric Ives ha sostenuto che il tramezzo fu concepito proprio per celebrare quel matrimonio: la datazione lo colloca nei pochissimi anni in cui la coppia regnò insieme. Anna fu decapitata nel maggio del 1536. In tutta l’Inghilterra i suoi emblemi vennero cancellati con metodo dalle case reali, dai libri, dai soffitti. A Cambridge no. Le iniziali della regina caduta in disgrazia sono ancora lì, intatte, a pochi metri dal coro dove ogni sera si canta l’evensong. Nessuno ha mai spiegato in modo definitivo perché siano sopravvissute; la constatazione, però, è che il monumento più famoso dedicato a quel matrimonio non è un ritratto né una tomba, ma un mobile di quercia in una cappella universitaria.
Cosa si vede oggi, e come si entra
La cappella è arrivata fino a noi in condizioni sorprendenti: struttura, volta, vetrate e arredi tudor sono sostanzialmente quelli. Il contesto invece è cambiato più volte. Il grande cortile sognato da Enrico VI non fu mai realizzato secondo il suo piano; il Gibbs Building arrivò nel Settecento, e nel primo Ottocento William Wilkins diede al collegio il fronte neogotico su King’s Parade, con il recinto traforato e la portineria costruiti fra il 1824 e il 1828, oltre agli edifici sul lato sud e al ponte del 1819 sul Cam. È grazie a quel recinto ottocentesco che oggi la cappella si vede dalla strada incorniciata come in una scenografia: il paesaggio che tutti fotografano è quindi in parte un’invenzione romantica, sovrapposta a un guscio del Quattrocento.
All’interno, oltre alla volta e al tramezzo, ci sono gli stalli del coro, l’organo montato sopra il tramezzo (lo strumento originario risale al 1686, poi molto modificato), il grande finestrone est e, dietro l’altare, l’Adorazione dei Magi di Rubens del 1634, donata al collegio nel Novecento e sistemata lì dopo un lungo dibattito. Nelle cappelle laterali del lato nord è allestita una mostra permanente sulla costruzione dell’edificio, con i materiali, le fasi e i cambi di progetto: è il posto giusto per capire la riga sulla pietra prima o dopo averla cercata all’esterno.
La cappella è un luogo di culto attivo e la sede del Coro del King’s College. Si visita con biglietto negli orari pubblicati dal collegio, che variano con il calendario accademico e con le funzioni; l’accesso è gratuito per chi partecipa ai servizi religiosi, evensong compreso, ed è il modo migliore per ascoltare come suona quella volta. Alla vigilia di Natale vi si celebra il Festival of Nine Lessons and Carols, nella forma messa a punto nel 1918 dal decano Eric Milner-White e trasmessa via radio in tutto il mondo. Prima di entrare, però, conviene fermarsi un minuto sul prato del lato nord e cercare quella linea orizzontale sui contrafforti. È il confine tra un re assassinato e i re che lo hanno sostituito: la guerra delle Due Rose, congelata in un cambio di colore della pietra.
Fonti
- King’s College, Cambridge. History of the Chapel. King’s College Cambridge.
- King’s College Archive Centre. King’s College Chapel: Up to 1515. King’s College Cambridge.
- King’s College Archive Centre. King’s College Chapel: the third building phase. King’s College Cambridge.
- University of Cambridge (2015). King’s College Chapel: an architectural masterpiece and the man who told its story.
- Victoria County History. The colleges and halls: King’s. A History of the County of Cambridge and the Isle of Ely, vol. 3. British History Online.
- Victoria County History. The city of Cambridge: Churches. British History Online.
- RCHME. King’s College. An Inventory of the Historical Monuments in the City of Cambridge. British History Online.
- RCHME. Sectional Preface: Building Materials and Procedure. British History Online.
- Museum of Cambridge. Capturing Cambridge: Milne Street e St John Zachary.
- St Edward’s Church, Cambridge. History.





