La schermata è di quelle che ogni grafico ha visto almeno una volta: Photoshop aperto a un ingrandimento del 1338%, un livello vettoriale chiamato Line 1 copy 2, una fotografia sfocata di muro in mattoni sullo sfondo e, al centro, una striscia tratteggiata che non è né pulita né regolare. I trattini appaiono raddoppiati, sdoppiati in orizzontale, con una banda grigio-bluastra sopra e sotto il bianco. Nel pannello Proprietà i numeri raccontano tutto: larghezza 1452 px, altezza 1,02 px, spessore del tratto 3 px, tipo di tratto tratteggiato. Un’altezza di 1,02 pixel non esiste su uno schermo: esiste solo come numero, e il software deve inventarsi come mostrarla. Da lì nasce quella poltiglia.
Ho passato anni a impaginare tavole, infografiche e piante quotate, e ho imparato che il tratteggio è la cosa più sottovalutata del disegno digitale. Sembra un dettaglio estetico. In realtà è un piccolo motore di calcolo che gira sotto il cofano di ogni programma di grafica, ed è lo stesso identico motore dal 1984.
Il trattino non è disegnato, è calcolato
Quando si traccia una linea tratteggiata non si stanno disegnando dei rettangolini. Si sta passando al software una sequenza di numeri, quello che nel linguaggio dei programmi si chiama dash array: una lista che dice quanti millimetri (o punti, o pixel) di tratto vanno dipinti e quanti vanno saltati, ripetuti in ciclo lungo tutto il percorso. Accanto c’è un secondo valore, la fase, che stabilisce in quale punto del ciclo il tracciato comincia: con la fase si può far partire la linea a metà trattino o all’inizio di uno spazio.
Questo meccanismo nasce con PostScript, il primo prodotto di Adobe, rilasciato nel 1984 e diventato la lingua franca della stampa digitale. Nel linguaggio l’operatore che governa il tratteggio prende esattamente due argomenti: un array di lunghezze e un offset. Quel modello è sopravvissuto a tutto: lo si ritrova nella specifica del PDF, dove il modello grafico definisce ancora il tratteggio come coppia array più fase, e lo si ritrova nello standard SVG del web, dove gli attributi si chiamano stroke-dasharray e stroke-dashoffset e fanno la stessa cosa. Illustrator, Photoshop, i software CAD e il browser che state usando parlano tutti lo stesso dialetto, nato quarant’anni fa in una stanza a Palo Alto.
La conseguenza pratica è enorme e quasi nessuno la spiega: il calcolo procede lungo il percorso, senza sapere dove il percorso finisce. Il software parte dal punto iniziale, srotola la sequenza e si ferma quando la geometria è esaurita. Se la lunghezza totale non è un multiplo esatto del ciclo, l’ultimo trattino viene tagliato a metà. Non è un bug: è la definizione stessa dell’algoritmo.
Perché sui rettangoli l’angolo va sempre a farsi benedire
Il problema esplode sui tracciati chiusi, cioè quelli che nel lavoro reale usiamo di più: i rettangoli di un’area di progetto, i riquadri di una legenda, il perimetro tratteggiato di un ampliamento in pianta. Il perimetro di un rettangolo raramente è un multiplo esatto della somma trattino più spazio, e il risultato è che agli spigoli capita quasi sempre uno spazio anziché un trattino, oppure un trattino monco che gira l’angolo e sembra sbrodolare. L’occhio lo legge come sciatteria, e ha ragione: uno spigolo che non si chiude toglie forza al disegno.
La cosa interessante è che Adobe ha dovuto risolverlo con una funzione dedicata. Nel pannello Traccia di Illustrator esiste l’opzione che allinea i trattini agli angoli e alle estremità del tracciato, adattandone leggermente la lunghezza per farli combaciare: in pratica il software calcola quanti cicli interi ci stanno in ogni segmento e stira o comprime i valori inseriti per farli tornare. È un compromesso onesto: si rinuncia alla lunghezza esatta del trattino per guadagnare la coerenza visiva degli spigoli. Quando disegno cornici, mappe e schemi la tengo sempre attiva; la disattivo solo quando la misura del trattino ha un valore normativo, per esempio in un disegno tecnico dove il rapporto tra tratto e spessore deve restare quello prescritto.
Photoshop non è Illustrator: cosa succede quando il vettore incontra il pixel
Torniamo allo schermo della foto. Photoshop ha i suoi strumenti forma e la sua traccia tratteggiata, con controlli su spessore, allineamento interno o centrato ed estremità dei trattini. Sono strumenti veri, non un capriccio di un product manager. Ma il file resta un documento a pixel: qui 1452 x 2580 px a 144 ppi, come si legge in basso. Ogni forma vettoriale, per essere mostrata, viene rasterizzata su una griglia fissa.
E qui i numeri della schermata parlano chiaro. L’altezza del tracciato è 1,02 px: la linea non è appoggiata alla griglia dei pixel, sta a cavallo tra due file. Il programma non può accendere mezzo pixel, quindi lo accende a metà intensità, e nasce quella doppia banda grigia sopra e sotto il bianco che a un ingrandimento del 1338% diventa impietosa. È l’effetto dell’anti-aliasing su elementi più sottili di un pixel: senza, la linea sparirebbe a tratti; con, diventa morbida e sporca. Per questo Photoshop offre da anni la preferenza che aggancia gli strumenti vettoriali e le trasformazioni alla griglia dei pixel, ed è la prima cosa da controllare quando una linea sottile appare fuori fuoco.
Il secondo indizio è il nome del livello: Line 1 copy 2. Nella maggior parte dei casi in cui ho visto un tratteggio inspiegabilmente doppio, la causa era proprio quella: due livelli sovrapposti con una minima differenza di fase, che si incastrano tra loro e riempiono gli spazi. La regola che applico da sempre è banale ma salva ore di lavoro: il tratteggio si costruisce nel software vettoriale, si controlla lì, e nel file a pixel entra come oggetto avanzato collegato. Non è snobismo verso Photoshop, è divisione dei compiti: chi lavora sulle immagini ragiona in pixel, chi lavora sui tracciati ragiona in coordinate.

In pianta il tratteggio è una lingua, non una decorazione
Qui sta il salto che riguarda chi progetta. Nel disegno tecnico e architettonico il tratteggio non è uno stile: è codificato. La normativa internazionale sui tipi di linea, recepita in Italia come UNI EN ISO 128, stabilisce le famiglie di linee, le loro denominazioni e le proporzioni degli elementi grafici. Le lunghezze non sono libere: sono definite in funzione dello spessore della linea, indicato con d. Il punto è al massimo pari a d, lo spazio vale 3d, il trattino corto 6d, il trattino 12d, il tratto lungo circa 24d. Una linea a tratti fine indica contorni e spigoli nascosti; le linee miste con punti servono per assi e mezzerie; altre combinazioni identificano tracce di piani di sezione e ingombri.
Significa che un tratteggio con proporzioni sbagliate non è brutto: è ambiguo. Se il trattino è troppo corto rispetto allo spazio, in pianta una linea di ingombro sopra può essere letta come un asse. Se è troppo lungo, una linea nascosta somiglia a un contorno in vista. E siccome le proporzioni sono legate allo spessore, cambiare lo spessore senza ricalcolare il ciclo dei trattini rompe la coerenza dell’intera tavola. È un problema noto anche a chi lavora in BIM, perché molti software definiscono i tipi di linea in millimetri assoluti e non in multipli di d, costringendo a ricostruire a mano gli stili di riferimento.
Le tre verifiche che faccio prima di consegnare
Dopo un po’ di consegne andate storte mi sono ridotto a un rituale di tre controlli, che valgono sia per una tavola sia per un’infografica.
- Rapporto trattino/spessore, non valori a caso. Prima decido lo spessore, poi ricavo trattino e spazio come multipli di quello. Per un disegno normato seguo le proporzioni della norma; per la grafica libera parto comunque da un rapporto stabile, così se cambio spessore basta riscalare il ciclo.
- Chiusura degli spigoli e fase. Su ogni tracciato chiuso guardo i quattro angoli a forte ingrandimento e, se il software lo permette, attivo la ridistribuzione dei trattini. Dove non è possibile, aggiusto la fase o allungo di frazioni la geometria fino a far cadere un trattino intero sullo spigolo.
- Prova di stampa reale, non a monitor. Le linee sotto i due decimi di millimetro tendono a impastarsi o a sparire in stampa, e un tratteggio con spazi minuscoli in scala ridotta diventa una linea continua. Stampo sempre un dettaglio alla scala finale prima di esportare il PDF definitivo.
Il commento più duro che si legge sotto immagini come questa è il solito: problema dell’utente. In parte è vero, ma è una verità pigra. Il vero motivo per cui il tratteggio ci tradisce è che sembra un disegno e invece è un’operazione aritmetica che il software esegue alla cieca, senza sapere che quel rettangolo è la sagoma di un soppalco e che quello spigolo, in una planimetria, deve essere leggibile. Conoscere il meccanismo cambia il modo di lavorare: si smette di trascinare il mouse sperando che venga bene e si comincia a scegliere i numeri.
Fonti
- Adobe Systems Incorporated (1999). PostScript Language Reference, third edition. Adobe Systems.
- Computer History Museum (2022). PostScript: A Digital Printing Press. CHM.
- W3C SVG Working Group. SVG Strokes: Dashing strokes. World Wide Web Consortium.
- PDF Association. ISO 32000-1: Portable Document Format. PDF Association.
- ISO (2022). ISO 128-2: Technical product documentation, basic conventions for lines. International Organization for Standardization.
- ISO (1996). ISO 128-20: General principles of presentation, basic conventions for lines. ISO Online Browsing Platform.
- Adobe. Create dotted or dashed lines in Illustrator. Documentazione ufficiale Adobe.
- Adobe. Drawing modes for Line and shape tools in Photoshop. Documentazione ufficiale Adobe.
- Università di Pisa, Centro E. Piaggio (2019). Introduzione al disegno tecnico. Materiale didattico universitario.





