Spiegare un progetto a fumetti: perché una striscia disegnata convince più di due screenshot

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Cinque vignette, un omino disegnato a penna con la testa quadrata, e un ago di bussola rosso lungo quanto tutto il riquadro usato come bacchetta da lavagna. Nella prima inquadratura c’è l’icona di un browser, azzurra, con la sua rosa dei venti e l’ago bicolore. Nella seconda l’omino punta al perno centrale e dice che il problema è l’arrotondamento della parte rossa. Nella terza mette in fila tre riferimenti visivi — un quadrante con lancetta, un’icona di indicatore, un orologio analogico — e la frase chiave: quella forma sembra un pezzo a sé, non una mano di vernice. Nella quinta, sorridendo, affianca le versioni vecchie dell’icona, dove il colore finiva con un taglio netto e l’ago si leggeva come un oggetto solo.

Ho passato anni a scrivere email di revisione con screenshot cerchiati in rosso e paragrafi di spiegazione. Questa striscia fa in dieci secondi quello che a me riusciva male in trecento parole. Vale la pena capire perché, perché il meccanismo si può rubare e riusare, anche fuori dal digitale.

Perché la sequenza disegnata funziona meglio di due immagini affiancate

Il punto non è che il disegno sia più simpatico. È che il fumetto impone una successione temporale a un ragionamento che, in forma di screenshot, arriverebbe tutto insieme. La ricerca sulla struttura narrativa delle sequenze visive mostra che il lettore non guarda una vignetta alla volta in modo isolato: costruisce relazioni fra i riquadri, esattamente come fa con la sintassi di una frase. Ogni vignetta è un passaggio logico, e l’ordine dei passaggi è imposto da chi disegna, non lasciato al caso dell’occhio che vaga sull’immagine.

Nella striscia questo si vede benissimo: prima il problema (c’è qualcosa che non va), poi il dettaglio ingrandito (il perno e l’arrotondamento), poi l’analogia (lancetta, indicatore, orologio), poi la conseguenza logica (una lancetta può ruotare da sola), infine la prova per contrasto (le versioni precedenti). È una dimostrazione, non un’opinione. E soprattutto: l’ingrandimento è una vignetta a sé. Nessuno deve fidarsi che tu abbia visto giusto, glielo fai vedere.

Da Vienna all’esercito americano: la genealogia del disegno che spiega

Questo formato ha una storia lunga e documentata. Negli anni Venti, a Vienna, Otto Neurath mette in piedi con l’incisore Gerd Arntz il metodo poi chiamato Isotype: figure stilizzate e ripetute per raccontare dati economici e sociali a persone che con le tabelle non avevano dimestichezza. L’archivio è oggi conservato all’Università di Reading, e la parte più interessante per chi progetta non sono i simboli, ma il ruolo che Marie Neurath chiamava del trasformatore: la persona che prende il contenuto grezzo e decide cosa mostrare, cosa togliere e in quale ordine. Non un illustratore, un traduttore.

Il secondo capostipite è ancora più sorprendente. Dal 1951 Will Eisner, uno dei nomi grandi del fumetto americano, disegna per l’esercito degli Stati Uniti la rivista di manutenzione preventiva conosciuta come PS Magazine: manuali tecnici trasformati in strisce, con personaggi ricorrenti, battute e procedure passo passo. Le annate sono digitalizzate e consultabili negli archivi universitari della Virginia Commonwealth University. L’idea di fondo è la stessa della striscia sull’icona: se una procedura viene letta malvolentieri, non viene applicata. Il disegno non serve a semplificare il contenuto, serve a farlo arrivare.

Da lì scende in linea diretta tutta la famiglia delle istruzioni senza parole: le safety card degli aerei, i pittogrammi di sicurezza, i montaggi di mobili disegnati e basta. Con un avvertimento serio: le ricerche condotte dall’ente dell’aviazione civile statunitense sulla comprensione dei pittogrammi delle schede di sicurezza mostrano che molti simboli vengono interpretati male da una quota tutt’altro che trascurabile di passeggeri. Il disegno non è automaticamente chiaro. Va verificato.

La norma dice una cosa che i designer dimenticano: il disegno si collauda

Esiste una norma internazionale, la ISO 9186, che descrive come si testa la comprensibilità di un simbolo grafico: si sottopone il segno a un campione di persone, si raccoglie che cosa credono significhi, e solo superata una soglia di risposte corrette il simbolo si considera utilizzabile. La ISO 7001 raccoglie i simboli di informazione pubblica che quel percorso l’hanno superato. Sul versante delle istruzioni d’uso, la IEC/IEEE 82079-1 fissa principi analoghi su struttura, contenuto e presentazione, comprese le informazioni veicolate da immagini.

Tradotto per chi disegna una striscia per il proprio cliente: la prova del nove non è che a te sembri chiara, è che una persona estranea al problema la legga e ti sappia ripetere la conclusione con parole sue. È un test che costa cinque minuti e salva settimane.

Il difetto della striscia (che è anche una lezione di metodo)

Qui arriva la parte scomoda, e nella mia esperienza è quella che insegna di più. La striscia dà per scontata la premessa: che l’icona rappresenti una bussola e che l’ago di una bussola sia un oggetto unico, bicolore, che ruota tutto insieme. Chi quella premessa ce l’ha in testa capisce tutto al volo. Chi non l’ha — e nel 2026 sono più persone di quante crediamo — vede due lancette e conclude tranquillamente che ruotino separate, senza cogliere che è proprio quello l’errore. Manca la vignetta zero: questo è un ago magnetico, non due lancette.

Il fenomeno percettivo in gioco ha un nome preciso. La psicologia della Gestalt studia da un secolo come il sistema visivo raggruppa le parti in oggetti unitari: la connessione uniforme (una superficie continua e omogenea si legge come una cosa sola) e il destino comune (elementi che si muovono insieme appartengono allo stesso oggetto). Il taglio netto delle vecchie icone diceva vernice su un unico ago. Il bordo arrotondato che si chiude su sé stesso attorno al perno dice pezzo separato. Non è pignoleria: è il linguaggio delle forme che contraddice la funzione dell’oggetto rappresentato.

Spiegare un progetto a fumetti: perché una striscia disegnata convince più di due screenshot

Aggiungo un’osservazione mia, che nella striscia non c’è: le tacche del quadrante sono trentadue, cioè settori da 11,25 gradi. Una bussola si legge su 360 gradi; con quattro tacche in più si avrebbero settori da 10 gradi, oppure si potevano tenere gli otto punti cardinali e togliere il resto. Quel dettaglio racconta che la griglia è stata disegnata a occhio, per riempimento decorativo, non per lettura.

Le regole operative da rubare subito

Dalla striscia, e da quello che ho imparato usando questo formato nel lavoro quotidiano, tiro fuori sei regole che funzionano quasi sempre.

  • Una sola idea per vignetta. Se in un riquadro ci sono due concetti, sono due riquadri.
  • Prima e dopo affiancati, mai sovrapposti. Il confronto va reso possibile con un solo movimento dell’occhio.
  • Il dettaglio ingrandito merita un riquadro suo. Zoomare è argomentare.
  • Il personaggio sbaglia al posto tuo. Far dire l’obiezione a un omino disegnato toglie l’accusa personale dal tavolo.
  • La freccia è un verbo. Indica, collega, mostra il movimento: sostituisce interi periodi.
  • Testo sotto le venti parole per vignetta, e la premessa dichiarata all’inizio. Sempre.

Dove serve davvero: il falegname, l’imbianchino, il cliente

Uso questo metodo da anni fuori dallo schermo, ed è lì che rende di più. Quando devo far capire a un falegname che voglio il bordo del top a filo e non debordante, la foto di riferimento presa da internet viene fraintesa nove volte su dieci, perché il falegname guarda la finitura e io guardo il bordo. Tre riquadri a penna — bordo sbagliato, bordo giusto, freccia sul punto — chiudono la discussione. Lo stesso vale per l’imbianchino a cui devi spiegare fin dove arriva il colore su una parete con la scala, o per l’assemblea di condominio davanti a due ipotesi di cancello.

Il trucco pratico è costruirsi una piccola libreria di omini riutilizzabili: due o tre pose, una faccia perplessa, una soddisfatta, una mano che indica. Con quelli si producono diverse strisce in un’ora, e ognuna sostituisce una riunione. Non serve saper disegnare: serve saper decidere l’ordine dei passaggi.

Un’ultima avvertenza, perché il formato ha un rovescio. Il fumetto sul lavoro altrui può suonare passivo-aggressivo, come se stessi facendo la lezioncina. Funziona quando smonta un oggetto pubblico o quando propone una soluzione; stona quando serve solo a dire che qualcuno ha sbagliato. E se lo usi con i clienti, evita i caratteri tremolanti e finto-spontanei: un lettering pulito e leggibile fa la differenza fra un appunto professionale e uno scarabocchio.

Fonti

Tag:Comunicazione del progetto

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