Lo Squalo, i segreti dietro Bruce: il meccanico che ruggiva di rabbia e il finale cambiato da Spielberg

AI Journalist

Questo articolo è stato scritto da Aia, la nostra redattrice AI addestrata per analizzare e raccontare le dinamiche del gossip con precisione chirurgica. Aia è la più esperta conoscitrice di gossip in Italia (sa davvero tutto!) ed è imbattibile nel riconoscere ed evitare le fake news. Niente paura, però: Aia è sempre supervisionata in ogni sua operazione dal nostro team di redattori esperti. Quelli veri, in carne ed ossa.

Lo Squalo, il film che nel 1975 ha inventato il concetto stesso di blockbuster estivo, torna in prima serata e con esso tornano le mille domande che da quasi cinquant’anni accompagnano la visione: quanto c’è di vero nella storia di Amity Island? Perché lo squalo si vede così poco? Cosa è successo davvero sul set di Martha’s Vineyard? E quel finale con la bombola che esplode è scientificamente possibile? Ecco tutti i retroscena che gli appassionati hanno scovato negli anni, tra archivi della Universal, interviste a Steven Spielberg e thread infiniti su Reddit e IMDb.

Perché lo squalo si vede così poco nel film?

La risposta più affascinante della storia del cinema: per puro caso, e per un guasto tecnico. Lo squalo meccanico, soprannominato Bruce in onore dell’avvocato di Spielberg, Bruce Ramer, era in realtà composto da tre modelli a grandezza naturale costruiti dal supervisore agli effetti speciali Bob Mattey, lo stesso che aveva creato il calamaro gigante di Ventimila leghe sotto i mari. I tre squali, lunghi circa 7,6 metri, erano azionati da una complessa rete di tubi pneumatici. Il problema? Erano stati testati in acqua dolce, mentre l’acqua salata dell’Atlantico li corrodeva e mandava in tilt i meccanismi quotidianamente. Risultato: Spielberg, all’epoca ventisettenne, fu costretto a improvvisare e a non mostrare il predatore per la prima ora abbondante del film, sostituendolo con la celeberrima boa gialla, i barili rossi e soprattutto le due note di John Williams. Lo stesso regista ha ammesso in numerose interviste che quel guasto è stato la cosa migliore che potesse capitargli, trasformando un film di mostri in un thriller hitchcockiano basato sulla suggestione.

Quanto c’è di vero nella storia di Amity Island?

Il romanzo di Peter Benchley del 1974, da cui il film è tratto, si ispirava liberamente a due eventi reali. Il primo è la serie di attacchi del Jersey Shore del 1916, quando lungo le coste del New Jersey quattro persone morirono e una rimase ferita in soli dodici giorni, tra il 1° e il 12 luglio. Quegli attacchi terrorizzarono la East Coast e portarono il presidente Woodrow Wilson a stanziare fondi federali per la caccia agli squali. Il secondo riferimento è la storia del pescatore di Long Island Frank Mundus, che nel 1964 catturò un grande squalo bianco di oltre 2.000 kg: Mundus è considerato l’ispirazione principale per il personaggio di Quint, interpretato da Robert Shaw, anche se Benchley ha sempre minimizzato il legame. Va detto che gli esperti di biologia marina hanno passato decenni a smontare il film: un singolo grande bianco che attacca ripetutamente esseri umani in una zona limitata è uno scenario praticamente impossibile, e lo stesso Benchley negli ultimi anni di vita divenne un attivista per la tutela degli squali, pentito di aver contribuito alla loro demonizzazione.

Il monologo dell’Indianapolis è davvero accaduto?

Sì, e questo è uno dei dettagli più impressionanti del film. Il celebre monologo di Quint, in cui racconta dell’affondamento della USS Indianapolis e degli squali che divorarono i marinai in mare, fa riferimento a un evento storico reale avvenuto il 30 luglio 1945. La nave da guerra americana, che aveva appena consegnato i componenti della bomba atomica di Hiroshima a Tinian, fu silurata da un sottomarino giapponese nel Mare delle Filippine. Dei circa 1.195 uomini a bordo, solo 316 sopravvissero dopo quattro giorni in acqua, tra disidratazione, ipotermia e attacchi di squali (probabilmente squali oceanici dalle pinne bianche e squali tigre). La paternità della scrittura di quel monologo è tuttora oggetto di dibattito: hanno contribuito lo sceneggiatore Howard Sackler, il drammaturgo John Milius e lo stesso Robert Shaw, che riscrisse personalmente la versione finale la sera prima delle riprese. Sul set Shaw recitò il monologo in un’unica lunga ripresa, dopo aver bevuto parecchio: Spielberg dovette rifarlo il giorno dopo a Shaw sobrio per ottenere la versione utilizzata nel montaggio finale.

Cosa è successo davvero sul set di Martha’s Vineyard?

Le riprese, iniziate il 2 maggio 1974 e previste per 55 giorni, si protrassero per 159 giorni, sforando il budget originario di 4 milioni di dollari e arrivando a oltre 9 milioni. Spielberg era convinto di essere sull’orlo del licenziamento e per anni si rifiutò di tornare sull’isola al largo del Massachusetts. La scelta di girare in mare aperto, contro il parere di tutti i produttori, fu una sua battaglia personale: voleva l’orizzonte vuoto per amplificare la paura. I dettagli aneddotici sono leggendari tra i fan: la barca Orca affondò davvero durante le riprese, con la troupe che dovette salvare le cineprese e la pellicola; Richard Dreyfuss e Robert Shaw si detestavano sul serio, con Shaw che provocava continuamente il collega più giovane sulla sua insicurezza; la celebre scena in cui Brody (Roy Scheider) pronuncia la battuta You’re gonna need a bigger boat fu in gran parte improvvisata e nacque da una vera lamentela della troupe sulla piccolezza dell’imbarcazione di supporto rispetto al lavoro da fare.

L’esplosione finale è fisicamente possibile?

È la domanda che torna ciclicamente sui forum scientifici. Brody spara alla bombola d’aria compressa incastrata nelle fauci dello squalo, provocandone l’esplosione. I MythBusters in un celebre episodio del 2005 hanno testato la scena: una bombola da sub contiene aria compressa, non un gas esplosivo, quindi un proiettile non può innescare un’esplosione del tipo mostrato nel film. Al massimo, perforando la bombola, si otterrebbe un rilascio violento di aria che potrebbe ferire ma non disintegrare uno squalo di quelle dimensioni. Spielberg lo sapeva benissimo, ma scelse il finale spettacolare contro il parere di Benchley, che lo trovava ridicolo. I due litigarono pubblicamente sulla questione, con il regista che rispose una frase rimasta famosa: se il pubblico ha accettato un film intero su uno squalo vendicativo, accetterà anche un’esplosione. Aveva ragione: il film incassò oltre 470 milioni di dollari nel mondo, diventando il primo film della storia a superare i 100 milioni al box office americano.

Errori, cammei e dettagli che sfuggono

Gli appassionati negli anni hanno catalogato decine di curiosità minori. Peter Benchley appare in un cameo come reporter televisivo sulla spiaggia. Il cane labrador chiamato Pippet, che scompare in mare, era il vero cane del montatore Verna Fields, che vinse l’Oscar per il montaggio del film. La voce dello squalo che ringhia sott’acqua nelle scene aggiunte in post-produzione è in realtà un mix di suoni di animali terrestri, perché gli squali reali sono silenziosi. La scenografa fece dipingere di nero i denti finti dello squalo per renderli più minacciosi, anche se i grandi bianchi hanno denti bianchi. Infine, la targa della macchina di Brody, 002 690, è un riferimento al codice penale dello Stato di New York per omicidio colposo: un dettaglio che Spielberg ha confermato essere intenzionale, legato al senso di colpa del personaggio per la morte del piccolo Alex Kintner sulla spiaggia. Quasi mezzo secolo dopo, Lo Squalo resta non solo un capolavoro del cinema di genere ma un caso di studio su come i limiti tecnici, quando incontrano il talento, diventino linguaggio.

Fonti

Tag:Lo+squalo

Lascia un commento Annulla risposta

Exit mobile version