Io sono Farah su Canale 5 segue le vicende di Farah Ershadi interpretata da Demet Özdemir. In Turchia, la serie originale intitolata Adım Farah è andata in onda (ed è anche già finita) su Fox Türkiye. Come mai ha avuto così breve? Semplicemente perché in tutto conta soli 27 episodi. Eppure, qui in Italia, il conteggio delle puntate è molto più alto e siamo ormai vicini al numero 80. Ma perché?
Per quanto in molti forse ci sperano, non si tratta di scene inedite girate appositamente per noi. Non ci sono attori in più inseriti nella trama o finali alternativi creati da Engin (Tahir Lekesiz). La verità è molto più semplice e riguarda ciò che c'è alla base della televisione commerciale (ma forse si potrebbe dire del mondo intero): i soldi. Procediamo con ordine.
Il fenomeno delle dizi turche è stata una svolta importante palinsesto Mediaset. Da Terra Amara a Endless Love, passando per Tradimento e Forbidden Fruit, lo schema si ripete. Le puntate vengono 'spezzettate'. Ma perché frammentare una storia così densa? La risposta breve è semplice: business. Ogni pomeriggio, milioni di spettatori si sintonizzano per scoprire il destino del piccolo Kerimşah. La narrazione di Cihan Erçan e la regia di Recai Karagöz creano una tensione costante. Mediaset ha capito che questa tensione genera profitti.
Trasformare un singolo episodio turco da 140 minuti in tre da 45 minuti non è solo una scelta tecnica, ma una strategia di marketing televisivo per dominare il daytime contro i competitor come Rai 1. Questa frammentazione permette alla serie di occupare più settimane di programmazione e di aumentare, allo stesso tempo, la fedeltà del pubblico, rendendo l'appuntamento fisso e irrinunciabile.

Io sono Farah, il taglio al montaggio che triplica gli incassi: ecco quanto valgono i minuti in tv
Il lavoro che avviene nelle sale di montaggio italiane è perfetto: un episodio originale turco è un vero e proprio film con picchi di suspense e momenti di calma. Mediaset allora cosa fa? Tramite i suoi montatori cerca il punto di massima tensione tra il 40esimo e il 45esimo minuto. Qui viene inserito un cliffhanger artificiale (tramite un taglio) che costringe lo spettatore a tornare il giorno dopo per vedere il proseguimento della storia.
Tutto ruota intorno alla pubblicità. Un episodio di 140 minuti ha un numero limitato di interruzioni pubblicitarie principali. Invece, dividendolo in tre, si moltiplicano esponenzialmente gli spazi vendibili agli inserzionisti. Uno spot di 30 secondi nel pomeriggio di Canale 5 potrebbe avere prezzi che oscillano tra i 2.000 e i 5.000 euro a passaggio. I marchi di detersivi, prodotti alimentari e farmaceutici pagano oro per apparire durante Io sono Farah perché il pubblico è tarato perfettamente su quello: si tratta di persone, spesso donne, che decidono gli acquisti quotidiani della famiglia.
Comprare i diritti di una serie turca costa inoltre, molto poco rispetto a produrre una fiction italiana da zero. Il ritorno economico è quindi insuperabile e questo Mediaset l'ha capito benissimo. Insomma, la quantità vince sulla qualità della narrazione originale, allungando i tempi del racconto. Per lo spettatore, questo significa godersi i protagonisti sullo schermo per mesi invece che per poche settimane. Per l'azienda, significa guadagnare di più. Alla fine, vincono tutti a questo gioco.
