Il Festival di Sanremo è la casa della musica italiana, eppure questa 'dimora' - metaforica - poggia su fondamenta precarie. Tutti gli anni, milioni di spettatori guardano Rai 1 per sentire le canzoni e vedere la scenografia pazzesca realizzata con le più moderne tecnologie. Ma pochi sanno che il Teatro Ariston avrebbe dovuto essere solo un rifugio temporaneo.
Infatti, ormai quasi cinquant'anni fa, il Casinò di Sanremo, sede storica della kermesse, chiuse per importanti lavori di ristrutturazione. La gara musicale cercava casa e la famiglia Vacchino offrì il proprio cinema-teatro in Via Matteotti. Questo trasloco doveva durare una stagione, massimo due, il tempo di sistemare l'originaria location. Invece, non è andata così: il "provvisorio" è diventato definitivo, cosa che comunque accade con una certa frequenza in Italia.
Oggi il Festival è una macchina da soldi. Genera introiti pubblicitari importantissimi per la Rai Pubblicità, coinvolge star nazionali e internazionali, etichette discografiche come Sony, Universal e Warner. Eppure, questo "fenomenale potere cosmico deve essere ridotto in un minuscolo spazio vitale" (cit. il genio della lampa di Aladdin). L'Ariston infatti non è un teatro moderno, è un cinema degli anni Sessanta riadattato con sforzi importanti e gli addetti ai lavori lo sanno bene. Gli artisti che vediamo sul palco ogni sera spesso devono arrivare a un certo orario - a seconda della scaletta - e andare via dopo la loro esibizione (tranne in occasione della finale), per il poco spazio che c'è nei camerini. Un'assurdità, a pensarci.
Ma questo è il minimo. Si pensi anche ai grandi camion della regia mobile che devono parcheggiare nelle strette vie della città ligure, creando un ingorgo che paralizza il centro per tutta la settimana del festival. Le barriere architettoniche sono ovunque e nonostante le passerelle e i fiori, la struttura mostra i segni del tempo.

Festival di Sanremo, il mito della "nuova casa" e quel trasloco fallito nel 1990
Perché non si è mai costruito un vero Palazzo del Festival? La domanda viene posta ogni anno a ridosso di Sanremo. Molte città hanno strutture polifunzionali d'avanguardia. Si pensi a Roma, Torino o Napoli (le tre città che erano state 'designate' come prescelte qualora effettivamente ci fosse stato uno spostamento). Tuttavia, far traslocare il Festival significherebbe spezzare un legame importante perché - come recita anche il celebre jingle - Sanremo è Sanremo. Sanremo senza l'Ariston sembra dunque inconcepibile.
Esiste però un precedente che molti hanno dimenticato. Nel 1990, il Festival lasciò l'Ariston. La quarantesima edizione si svolse al Palafiori di Bussana. Era un mercato dei fiori immenso, ma freddo e dispersivo. L'esperimento non si è mai ripetuto perché il pubblico rivoleva il calore del teatro cittadino. Da allora, non c'è più stata alcuna proposta per un cambiamento reale.
Tornando ad oggi... Nel 2026 si vive un paradosso assurdo. La scenografia di Sanremo è perfetta e i tecnici Rai sono i migliori del settore (nascondono, infatti i limiti di un impianto vecchio con LED e automazioni), tuttavia fuori da ciò che è sapientemente inquadrato dalle telecamere, la realtà è diversa. Spazi fin troppo ridotti. Se il Festival vuole competere con l'Eurovision Song Contest, deve evolversi, ma anche quest'anno la 'magia' non è accaduta. Succederà nel 2027?
