Ieri sera in onda su Rai 1, il film Zvanì - Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli ha riscosso un buon successo, eppure non sono mancate alcune polemiche e proteste social riferite a un'unica lacuna che avrebbe. Ecco quale.
Il film tv biografico firmato da Giuseppe Piccioni, con Federico Cesari nel ruolo del poeta, ieri sera ha riscosso un buon successo con più di 2 milioni di telespettatori e il 14% di share. Si è trattato di un evento culturale, ma anche di un esperimento rischioso perché Pascoli, a scuola, lo studiano proprio tutti, però raccontarlo in prima serata, con un taglio intimista e dolente, significa chiedere molto allo spettatore medio, non sempre abituato a prodotti di questo genere. Anzi, per niente.
Zvanì non è un biopic classico perché non celebra il poeta e non lo mitizza, ma lo espone. Il film racconta infatti Giovanni Pascoli attraverso la famiglia, i lutti e le ossessioni. La storia parte dalla morte a Barga e poi torna all’infanzia in Romagna, all'assassinio del padre e alla dipendenza emotiva dalle sorelle. La voce narrante è quella di Mariù, interpretata da un'eccezionale Benedetta Porcaroli che ricostruisce il “romanzo famigliare” e guida lo spettatore dentro una casa chiusa, fragile e claustrofobica.
Attorno a Cesari si muove un cast molto apprezzabile da Liliana Bottone nei panni di Ida Pascoli a Riccardo Scamarcio in quelli di Cacciaguerra, passando per Margherita Buy che compare in un cameo delicato e Sandra Ceccarelli che completa il tutto. Presentato a Venezia, il film co-prodotto da Rai Fiction – MeMo Films si prospettava come una grande opera. Eppure, ieri qualcosa si è incrinato, soprattutto sui social che hanno evidenziato un'unica palese lacuna della pellicola: la lentezza.
La lentezza di Zvanì su Rai 1: scelta coerente o ostacolo per il pubblico?
Molti spettatori raccontano di aver seguito il film con attenzione, di averne colto l’intenzione (paragonandolo anche al film su Giacomo Leopardi) e di averne apprezzato il tono rispettoso, ma aggiungono una postilla che è quasi sempre la stessa. Il ritmo potrebbe essere apparso fin troppo lento, con alcuni momenti quasi completamente immobili. Tanti parlano di una narrazione ripetitiva, di scene che insistono sul dolore senza offrire respiro, e di una visione faticosa, soprattutto in prima serata. Non è una bocciatura totale, ma una stanchezza dovuta anche a una fotografia troppo cupa, toni bassi e silenzi predominanti.

Per una parte del pubblico, questo è diventato un muro, eppure resta coerente con il Pascoli raccontato, ovvero un uomo ferito e incapace di sciogliere i nodi dell’infanzia. Purtroppo, ad oggi, la televisione generalista ha un altro tempo, un altro ritmo e altre aspettative. Quello che al cinema può risultare ipnotico e praticamente perfetto, non ha lo stesso riscontro sul piccolo schermo e anzi, può risultare addirittura 'respingente', in un certo senso. Anche lo share sembra raccontare proprio questo. Zvanì resta un film coerente, onesto e dolente, ma la serata di ieri ha mostrato una crepa e una lacuna percepita da molti: quando il racconto rallenta troppo, pure la poesia rischia di non arrivare.
