Simmetria araldica nel design: perché questo poster ti inchioda al centro e come usarla davvero

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

La prima cosa che fa questo manifesto non è raccontarti una storia: è dirti chi comanda. Guardalo per tre secondi e il tuo sguardo finisce esattamente dove il progettista ha deciso, sull’uomo al centro con le braccia aperte e due spade. Sopra di lui, incolonnati come su un totem, un gigante verde con l’elmo da gladiatore e una figura femminile con un copricapo a punte nere che si aprono a ventaglio fino ai bordi. Ai lati, in coppia e alla stessa quota, due volti maschili più piccoli; sotto, altre due figure ancora più piccole; al centro esatto, minuscola, una figura in veste chiara. Il fondo è un disco di cerchi concentrici che passano dall’arancio al verde al blu, con schizzi tipografici e il titolo in basso. Tutto è specchiato rispetto a una linea verticale invisibile.

Nei miei anni passati a impaginare locandine e copertine ho imparato che questa non è una posa decorativa: è uno degli schemi compositivi più antichi e più affidabili che abbiamo. E ha un nome.

Come si chiama davvero: composizione assiale e figure affrontate

Quello che vedi è una composizione simmetrica a specchio su asse verticale, con due dispositivi sovrapposti. Il primo è la simmetria bilaterale vera e propria: metà destra e metà sinistra si corrispondono. Il secondo è la scala gerarchica: le figure non sono tutte grandi uguali, e la loro importanza narrativa è comunicata da due variabili sole, la dimensione e l’altezza sull’asse. Chi sta in alto e grande domina, chi sta in basso e piccolo sostiene.

Quando questo schema mette due figure uguali ai lati di un elemento centrale, la storia dell’arte lo chiama motivo delle figure o degli animali affrontati: due bestie identiche, ruotate l’una verso l’altra, ai lati di un albero, di una fontana, di una colonna. In araldica lo stesso impianto diventa il sistema dei sostegni, le due creature che reggono lo scudo da destra e da sinistra: un dispositivo entrato nell’uso a stemmi già formati, quando la funzione originaria dell’araldica, riconoscere un cavaliere coperto di maglia di ferro, si era ormai trasformata in linguaggio di rappresentanza. Ecco perché parlo di simmetria araldica nel design: non è un aggettivo poetico, è la descrizione tecnica di come è costruita quell’immagine.

Cinquemila anni di curriculum: dalle sete sasanidi al manto di Ruggero II

La genealogia di questo schema è lunghissima e, al contrario di molte leggende da studio, è documentata negli inventari dei musei. Nei tessuti sasanidi conservati nelle grandi collezioni si trovano montoni, cavalli e uccelli disposti dentro medaglioni perlinati, spesso in coppie speculari: ripetizione modulare e specchiatura erano una necessità tecnica del telaio prima che una scelta estetica, ma il risultato leggeva come autorità. Quel repertorio viaggia lungo le rotte della seta, entra nel Mediterraneo e approda nei laboratori regi di Palermo.

Il caso più spettacolare lo abbiamo noi, ed è italiano di fabbricazione: il manto dell’incoronazione di Ruggero II, oggi nel Tesoro del Kunsthistorisches Museum di Vienna. È un semicerchio di sciamito scarlatto di circa 146 per 345 centimetri, ricamato in oro e seta, con perle, smalti e pietre, e un’iscrizione in caratteri cufici lungo il bordo che data l’opera al 528 dell’egira, il 1133-34. Il disegno è di una semplicità brutale: al centro una palma, il tema dell’albero della vita, e ai due lati, perfettamente specchiati, un leone che sovrasta un cammello bardato. Nessuna scena, nessun racconto: solo un asse, due forze uguali e contrarie, una gerarchia. Chi lo indossava non doveva essere descritto, doveva essere riconosciuto come vertice.

Da lì la formula continua a scendere nel tempo e nel quotidiano: nei lampassi e nei broccati toscani del Trecento, le sete di Lucca che si trovano nelle collezioni del Metropolitan e del Victoria and Albert, animali e uccelli affrontati diventano il motivo di serie per abiti e paramenti. Poi arrivano gli stemmi comunali, le etichette di vino, i marchi di pasta e biscotti che tutti abbiamo in casa: due animali rampanti, uno stemma al centro, il nome sotto. Lo stesso disegno del manto di Ruggero, ridotto a tre centimetri su un pacchetto di carta.

Perché funziona: l’occhio non deve cercare la gerarchia, la riceve

C’è una ragione percettiva sotto tutto questo. La simmetria per riflessione rispetto a un asse verticale è uno dei pochi pattern che il nostro sistema visivo rileva quasi istantaneamente, anche in condizioni di disturbo: la ricerca sperimentale sui meccanismi neurali della percezione della simmetria mostra come la sua individuazione sia rapida, robusta e in parte lateralizzata negli emisferi cerebrali. Tradotto in pratica: lo sguardo non spende energia per capire dov’è il centro, glielo dice la struttura.

C’è poi il tema del gradimento. Gli studi comparativi sulla preferenza per la simmetria mostrano un dato interessante e sfumato: la simmetria perfetta è preferita quando si tratta di forme astratte e di volti, ma non quando si tratta di paesaggi, dove le versioni naturali e imperfette vengono scelte più spesso. È la chiave che uso sempre in fase di progetto: la simmetria è potentissima su un’icona, cioè su qualcosa che deve essere riconosciuto e rispettato, e diventa fredda su una scena, cioè su qualcosa che deve essere abitato ed esplorato. Il manifesto che stiamo guardando sceglie consapevolmente la prima strada: non vuole essere un luogo, vuole essere un emblema.

Il rischio: l’immagine che non si muove più

Il difetto della simmetria assiale è noto: se la applichi in modo integrale ottieni un santino. Immagine ferma, solenne, senza tempo interno. È il motivo per cui in questo manifesto la specchiatura è imperfetta, e conviene notare dove. Le braccia della figura centrale non sono identiche: le impugnature delle due spade sono ruotate in modo diverso, la testa è leggermente fuori asse, le figure minori ai lati indossano costumi e colori differenti pur occupando la stessa quota. La cromia stessa lavora contro l’immobilità: il disco di fondo passa dal caldo al freddo dall’alto verso il basso, quindi la simmetria è destra-sinistra ma non alto-basso, e questo dà una direzione di lettura.

Sono i tre modi classici per rompere la simmetria quel tanto che basta, e li elenco come li insegno:

  • Asimmetria di dettaglio: struttura specchiata, contenuti diversi. Due poltrone identiche ai lati del camino, ma un cuscino solo su una.
  • Variazione di scala: mantieni le coppie, cambia le dimensioni tra i livelli, così l’occhio sale o scende invece di restare fermo.
  • Un solo elemento fuori asse: un unico intruso che rompe la regola. Funziona perché è evidente che è una scelta, non un errore.

La differenza tra rottura e sbaglio è tutta qui: la deviazione deve essere grande abbastanza da leggersi come voluta. Sei centimetri di scarto su una porta al centro di una facciata simmetrica sono insopportabili proprio perché stanno nella zona grigia, troppo per passare inosservati, troppo poco per sembrare un progetto. Nei sopralluoghi è uno dei difetti che i proprietari sentono senza saperlo spiegare.

Il test dello specchio, da fare in trenta secondi

È il controllo più rapido che conosco e vale per una locandina, una copertina, una parete di casa. Fotografa la composizione frontalmente, poi ribalta l’immagine in orizzontale e confronta le due versioni. Se non cambia nulla, la tua simmetria è totale: va bene se stai costruendo un emblema, un logo, una testata, un fondale solenne; è un problema se volevi un’immagine da percorrere. Se invece il ribaltamento fa saltare all’occhio uno squilibrio che prima non vedevi, hai trovato il punto in cui il progetto è ancora in bilico: quello è l’elemento da spostare con decisione o da riportare esattamente in asse.

Cosa portarsi a casa, letteralmente

La regola è trasferibile ovunque, e qui l’aggancio pratico è naturale perché stiamo parlando di composizione, non di prodotti. Se appendi un quadro sopra un divano, il centro dell’opera va allineato all’asse del divano, non a quello della parete: l’occhio giudica la relazione tra i due oggetti vicini, non il muro. Se metti due lampade ai lati del letto, o le fai identiche e alla stessa quota, e allora l’insieme diventa araldico e calmo, oppure le differenzi in modo chiaro, per forma o altezza, e allora diventa una composizione asimmetrica. La mezza misura, due lampade quasi uguali, è l’unica scelta che non funziona mai.

Lo stesso vale nel mio lavoro di impaginazione. Il manifesto assiale è un genere con una storia robusta nella grafica del Novecento: nelle collezioni di design grafico dei grandi musei, il manifesto di Metropolis disegnato da Heinz Schulz-Neudamm nel 1926 è l’esempio di scuola di come un asse verticale e un volto al centro possano condensare un intero film in una sola immagine. Un secolo dopo, il manifesto che stiamo guardando fa la stessa cosa con nove attori e un budget di effetti: impila, specchia, gerarchizza. Non è pigrizia, è un mestiere antico che continua a funzionare perché lavora su come siamo fatti noi, non su cosa è di moda quest’anno.

Fonti

Tag:Design di oggetti

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