Riuso edilizio di qualità: perché convertire batte demolire

Il riuso adattivo non è nostalgia: è la strategia più efficace per tagliare la CO2 incorporata. Dalla Tate Modern al Lingotto, cosa distingue un buon progetto.

Redattrice

Giulia Fabbri racconta edifici, case e luoghi: ha studiato architettura e ha scelto di scriverla invece di progettarla.

Per decenni, davanti a un edificio dismesso, la domanda dell’operatore immobiliare è stata una sola: quanto costa buttarlo giù. Demolire e ricostruire garantiva libertà planimetrica, certezza normativa e un prodotto nuovo di zecca da vendere. Oggi quella domanda ne ha accanto un’altra, che pesa sempre di più: quanta anidride carbonica c’è già dentro quelle strutture, e quanta ne produrremmo per rifarle da capo. È il ribaltamento più significativo avvenuto nella cultura del progetto negli ultimi vent’anni, e non nasce da un ripensamento estetico ma da un calcolo.

La CO2 è già nei muri

Il settore delle costruzioni e degli edifici vale circa un terzo delle emissioni globali di anidride carbonica e quasi metà dell’estrazione mondiale di materiali. Di questa quota, una parte crescente non dipende da come l’edificio viene riscaldato o raffrescato, ma da come è stato costruito: è la cosiddetta CO2 incorporata, quella emessa per produrre cemento, acciaio e alluminio, trasportarli e montarli. Secondo il Global Status Report for Buildings and Construction 2025-2026 dell’UNEP, le emissioni incorporate in questi tre soli materiali restano stabili intorno a 2,1 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, e sono la voce su cui il settore ha fatto meno progressi, perché in gran parte non è né regolata né misurata.

Qui sta il punto decisivo. Un edificio esistente è un deposito di carbonio già speso: le fondazioni, i pilastri, i solai e le murature rappresentano emissioni avvenute decenni fa, che nessuna scelta futura potrà recuperare. Demolire non solo aggiunge le emissioni della demolizione e dello smaltimento, ma azzera quel deposito e obbliga a ricostituirlo da zero. Le stime convergono su un ordine di grandezza notevole: riqualificare un edificio esistente può ridurre la CO2 incorporata del 50-75% rispetto a demolire e ricostruire, come sintetizza una rassegna di casi studio della Holcim Foundation, che aggiunge un dettaglio meno intuitivo: molte strutture di un secolo fa sono sovradimensionate rispetto agli standard attuali e offrono margini di carico che un progetto nuovo non si permetterebbe.

La normativa si sta muovendo nella stessa direzione. La direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici impone che il potenziale di riscaldamento globale calcolato sull’intero ciclo di vita venga calcolato e dichiarato per i nuovi edifici oltre i 1.000 metri quadrati a partire dal 2028, e per tutti i nuovi edifici dal 2030, con valori limite in arrivo. Quando il carbonio dei materiali entra nel certificato, il conto tra demolire e convertire cambia di segno.

Bankside, il precedente che ha cambiato le regole

L’esempio che ha convinto il grande pubblico prima ancora dei tecnici è la Tate Modern di Londra. Bankside era una centrale elettrica progettata da Giles Gilbert Scott, entrata in servizio nel dopoguerra e spenta nel 1981: un colosso di mattoni con un camino di novanta metri, in riva al Tamigi, di fronte a St Paul’s. Herzog & de Meuron vinsero il concorso proponendo qualcosa che allora sembrava rinunciatario: lasciare l’involucro sostanzialmente intatto e la gigantesca sala turbine vuota. Aperta nel 2000, quella sala vuota è diventata lo spazio espositivo più imitato del pianeta, e il museo il motore della rigenerazione di un’intera riva del fiume.

La lezione non è “conservare la ciminiera”. È che la scala e la rudezza degli edifici industriali offrono all’uso contemporaneo qualcosa che il nuovo, vincolato da costi e standard, non produce quasi mai: altezze abnormi, luce laterale profonda, spazi indivisi. Il riuso, quando funziona, non è un compromesso al ribasso: è un accesso a risorse spaziali fuori mercato.

L’Italia è un enorme deposito di edifici da riconvertire

Il patrimonio italiano offre casi che reggono qualsiasi confronto internazionale. Il Lingotto di Torino, la fabbrica automobilistica in cemento armato degli anni Venti con la pista di collaudo sul tetto, è stato riconvertito a partire dagli anni Ottanta su progetto di Renzo Piano in un complesso ibrido di uffici, commercio, auditorium e centro congressi; sulla copertura, la Pinacoteca Agnelli ha aggiunto nel 2002 uno scrigno sospeso, e il rinnovato giardino pensile lungo la vecchia pista ha restituito alla città uno dei suoi luoghi simbolici.

A Roma, la Centrale Montemartini è forse l’operazione concettualmente più radicale: la prima centrale termoelettrica pubblica della città, inaugurata nel 1912 e dismessa, ospita dalla fine degli anni Novanta le sculture antiche dei Musei Capitolini. Non c’è mimetizzazione: i marmi romani stanno accanto ai motori diesel e alle caldaie, e l’accostamento tra due macchine di epoche lontanissime è diventato il contenuto stesso del museo.

A Milano si possono leggere due strategie opposte a poca distanza. La Fondazione Prada, aperta nel 2015 negli spazi di una distilleria dei primi del Novecento su progetto di OMA, giustappone edifici storici conservati, edifici storici trasfigurati — la celebre casa rivestita in foglia d’oro — e volumi nuovi, tenendo tutto visibilmente distinto. La Fabbrica del Vapore, ex stabilimento per vagoni tranviari di inizio secolo, ha seguito una strada più lenta e incrementale, diventando un polo di produzione culturale attraverso interventi parziali e successivi.

Che cosa rende un riuso “di qualità”

Non tutte le conversioni sono buone conversioni, e l’etichetta ambientale copre spesso operazioni discutibili. Alcuni criteri ricorrono nei progetti che reggono nel tempo. Il primo è la leggibilità: si deve capire cosa era lì prima e cosa è stato aggiunto, senza pastiche imitativi. Il secondo è la reversibilità delle aggiunte, perché un edificio già trasformato due volte sarà probabilmente trasformato una terza. Il terzo è la coerenza tra struttura e nuova funzione: forzare un opificio a diventare un residenziale con tagli minimi produce appartamenti mediocri e distrugge proprio la qualità spaziale che giustificava il riuso.

Il quarto criterio è energetico. Conservare l’involucro non basta: un edificio storico mal isolato può consumare per il resto della sua vita più di quanto si sia risparmiato non demolendolo. Il lavoro serio sta nel migliorare la prestazione con soluzioni compatibili — isolamento interno dove la facciata è vincolata, sostituzione mirata dei serramenti, pompe di calore, recupero del comportamento passivo della massa muraria — accettando che il risultato sia molto buono anziché perfetto. Il quinto è programmatico: un contenitore riconvertito senza un uso che generi frequentazione reale torna vuoto in dieci anni, e questa è la causa più comune di fallimento nei riusi italiani.

Gli ostacoli sono normativi, non tecnici

Chi progetta lo sa: le difficoltà del riuso raramente riguardano la fattibilità costruttiva. Riguardano il cambio di destinazione d’uso e gli standard urbanistici che ne conseguono, l’adeguamento sismico che può scattare integralmente al superamento di certe soglie di intervento, il rispetto di requisiti di altezza e aerazione pensati per la costruzione nuova, l’incertezza sui costi che rende le banche più caute rispetto a un cantiere greenfield. Il paradosso è evidente: la scelta con il minore impatto ambientale è anche quella con il maggiore rischio procedurale ed economico. Finché il carbonio incorporato non entrerà davvero nei conti — e con gli obblighi europei sul ciclo di vita comincerà a entrarci — la partita resterà sbilanciata.

Riusare bene, in fondo, è un esercizio di realismo. Significa accettare che la città sia già quasi tutta costruita, che il progetto più ambizioso oggi non sia inventare una forma ma rimettere in circolo ciò che esiste, e che l’edificio più sostenibile continui a essere, quasi sempre, quello che c’è già.

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