La prima cosa che si fa, entrando, è sbagliare. Si guardano le pareti e si pensa a una serie di dipinti: cervi che corrono dentro un recinto di teli, cani con la corazza addosso, cacciatori in fila lungo un bosco, un duca che ascolta il suo capocaccia. Poi ci si avvicina, si mette l’occhio a venti centimetri dal legno e si capisce che non c’è un grammo di colore. Nessuna pennellata, nessuna velatura. Ogni foglia, ogni pelo di cane, ogni nuvola è un pezzetto di legno diverso, tagliato e incastrato accanto a un altro. È il Jagdintarsienzimmer della Veste Coburg, la sala intarsiata della caccia: una stanza del 1632 che non è nata qui, ma che qui è arrivata a pezzi, due secoli dopo, e che porta ancora addosso le cicatrici del trasloco.
Un duca che voleva abitare dentro una battuta di caccia
Chi la volle si chiamava Giovanni Casimiro di Sassonia-Coburgo, duca a cavallo tra Cinque e Seicento, uomo di corte, di feste e soprattutto di caccia. Non fece costruire la stanza nella fortezza sulla collina, ma nella sua residenza di città, il castello di Ehrenburg, sul fondovalle. Là dentro, nel 1632, venne terminata quella che i documenti chiamano Hornstube, la stanza dei corni: un ambiente interamente rivestito di legno, con pannelli intarsiati, rilievi intagliati e una vera e propria architettura da falegname, con colonnine, cornici e trabeazioni ricavate dal legno come se fossero pietra.
Il soggetto non è decorativo a caso: è un manuale illustrato della caccia di corte. Compare la caccia detta eingestellte Jagd, quella in cui il territorio veniva chiuso con steccati, reti, teli e strisce di stoffa appese, per spingere gli animali verso il punto in cui il signore avrebbe tirato. Compaiono cervi, cinghiali, volpi e orsi, perché nel Seicento gli orsi bruni nella Foresta di Turingia esistevano ancora. Compaiono le corazze di cuoio e di tela che si mettevano ai cani da presa per proteggerli dalle zanne dei cinghiali: alcune di quelle corazze sono conservate nelle collezioni della Veste, ed è una delle poche occasioni al mondo in cui si può confrontare l’oggetto reale con la sua immagine coeva a pochi metri di distanza. La stanza, insomma, non è solo un capolavoro di ebanisteria: è una fonte storica. Perfino un modo di dire tedesco, quando qualcosa ci sfugge, viene dal linguaggio dei cacciatori e da quelle strisce di stoffa che l’animale riusciva ad attraversare.
Dipingere con il legno: una tecnica che parla italiano
La tarsia prospettica, quella che costruisce spazi e ombre incastrando venature, è un’invenzione italiana del Quattrocento: pensiamo alla sacrestia del Duomo di Firenze, ai cori intarsiati dei monasteri, allo studiolo di Federico da Montefeltro. Da lì la tecnica risale verso nord con i modelli, le stampe e gli artigiani, e nel Seicento tedesco diventa una specialità di bottega. Il rivestimento di Coburgo fu portato a termine da maestri turingi e franconi, e le descrizioni parlano di una sessantina di essenze diverse impiegate nelle tarsie, oltre a una serie di tavole scolpite a rilievo.
La cosa che colpisce di più chi lavora il legno è proprio la tavolozza. Il verde-azzurro delle fronde non è tinta: è legno attaccato da funghi che lo colorano dall’interno, il cosiddetto legno marezzato, materia già considerata scarto e invece cercata dagli intarsiatori proprio per quel pigmento naturale. I neri profondi si ottengono da legni scuri come la quercia di palude, rimasta sommersa per secoli nella torbiera e diventata quasi ebano. Le sfumature, le ombre sotto la pancia di un cavallo o dietro un tronco, si ricavavano immergendo per un attimo il pezzetto di impiallacciatura nella sabbia bollente, che lo bruciacchiava sui bordi. Il risultato è una pittura senza pittura, e questa è la ragione per cui la stanza vale un viaggio: è probabilmente l’esempio più completo a nord delle Alpi di un ambiente interamente costruito con questi mezzi.
Finita nell’anno sbagliato
Il 1632 non era un buon momento per inaugurare una stanza da caccia. La Germania era nel mezzo della Guerra dei Trent’anni e proprio in quell’autunno il conflitto arrivò fisicamente sotto Coburgo: la città in basso fu occupata, la fortezza sulla collina non cadde. Mentre nel castello di città si finivano di montare i pannelli con i cervi e i cani corazzati, a poche centinaia di metri si combatteva.
Giovanni Casimiro fece in tempo a vedere la sua Hornstube completata e morì l’anno successivo, nel 1633, senza figli. Con lui si chiuse una linea dinastica e la stanza restò lì, dentro una residenza che nei due secoli seguenti avrebbe cambiato faccia più volte. È un destino che si ripete spesso: gli ambienti più costosi e più personali di un principe diventano, per i suoi successori, semplicemente mobilio ingombrante e fuori moda.
Il trasloco che durò quindici anni
È quello che accadde nell’Ottocento. La Ehrenburg venne rimodernata secondo il gusto del tempo — oggi, dalla piazza del castello, si presenta con una facciata di forme neogotiche — e per un rivestimento tardo-rinascimentale non c’era più posto. La corte ducale decise allora di smontarlo e di portarlo sulla Veste, la fortezza di famiglia sopra la città, che nello stesso periodo veniva riplasmata secondo l’ideale romantico del castello medievale.
Il trasferimento non fu un’operazione di un giorno. Lo spostamento dei pannelli dalla Ehrenburg alla Veste occupò all’incirca gli anni tra il 1825 e il 1840, e i cataloghi ottocenteschi registrano il 1840 come data in cui la stanza risulta ormai trasferita: quindici anni per un solo ambiente. Il motivo è semplice e crudele. Un rivestimento del genere non è carta da parati: è un sistema chiuso, progettato al millimetro per quelle pareti, quelle finestre, quelle porte, quell’altezza. Il vano che lo doveva accogliere nella fortezza aveva misure diverse. Così i pannelli furono accorciati, ricomposti in un ordine nuovo, integrati con parti ottocentesche fatte apposta per imitare quelle vecchie, raccordati con cornici di ripiego.
Ed è qui che la stanza diventa una storia doppia. Da un lato quel trasloco l’ha salvata: senza il trasferimento, con ogni probabilità il rivestimento sarebbe stato smembrato, venduto a pezzi o distrutto, come è successo a decine di ambienti simili in tutta Europa. Dall’altro lato l’ha in parte falsificata: quello che vediamo non è più la Hornstube del 1632, ma un suo montaggio ottocentesco, un collage fatto con materiale autentico. Chi guarda con calma, seguendo le fughe e le cornici invece dei soggetti, trova i punti in cui i conti non tornano: giunzioni che tagliano una scena, campiture ripetute per riempire, parti la cui esecuzione è troppo pulita e regolare per essere seicentesca. Non è un difetto da nascondere, è la biografia dell’oggetto scritta sulle pareti. Alla vicenda è stato dedicato uno studio monografico di oltre quattrocento pagine, pubblicato nel 2001 nell’annuario della fondazione culturale di Coburgo: un intero volume per una stanza sola, il che dice quanto sia complicata la matassa.
C’è anche una traccia dell’ammirazione ottocentesca per questo ambiente al di fuori della Germania: una veduta della sala della caccia della Veste, eseguita da un disegnatore attivo a metà Ottocento, è conservata nella Royal Collection britannica. Non stupisce, se si pensa che da questa famiglia discendono la regina Vittoria e i sovrani del Belgio: la piccola Coburgo, per un secolo, è stata una centrale dinastica europea, e le immagini delle sue stanze viaggiavano verso Windsor.
Cosa si vede oggi, e come si arriva
La Veste Coburg è oggi interamente un museo: le Kunstsammlungen, le collezioni artistiche raccolte dai duchi. La sala intarsiata fa parte del percorso di visita, insieme ad altri ambienti originali che da soli giustificano la salita: la Grande Hofstube, sala delle feste terminata all’inizio del Cinquecento, con la stufa monumentale in ghisa; le due stanze in cui Martin Lutero visse sei mesi nel 1530, seguendo da lontano la Dieta di Augusta; gli appartamenti dell’ultimo duca regnante, allestiti a inizio Novecento con comfort moderni dentro un involucro medievale. Nelle collezioni ci sono i dipinti antichi tedeschi con un nucleo importante di Cranach, i vetri veneziani, l’armeria, e due carrozze cinquecentesche tra le più antiche conservate al mondo, una delle quali fu il carro nuziale proprio di Giovanni Casimiro.
La fortezza domina Coburgo da circa centosessanta metri di altezza e si raggiunge a piedi dal centro in mezz’ora di salita, oppure in auto fino ai parcheggi vicini. L’apertura è quotidiana nella stagione principale, da fine marzo a inizio novembre, con orario ridotto d’inverno: conviene verificare sul sito del museo prima di partire, anche perché singoli ambienti possono essere temporaneamente chiusi per lavori. La Ehrenburg, il castello di città da cui la stanza proviene, è a sua volta visitabile ed è gestita dall’amministrazione bavarese dei castelli: vale la pena vedere entrambi nella stessa giornata, perché è l’unico modo per capire davvero la storia. Si guarda il luogo da cui la stanza è stata strappata, poi si sale dove è stata rimessa insieme. In mezzo ci sono quindici anni di lavoro, una guerra vinta contro l’oblio e qualche misura che non tornerà mai più.
Fonti
- Stegner C. (2022). Ein ganzes Zimmer für die Jagd. Kunstsammlungen der Veste Coburg.
- bavarikon – Bayerische Staatsbibliothek. Kunstsammlungen der Veste Coburg.
- Landesstelle für die nichtstaatlichen Museen in Bayern. Kunstsammlungen der Veste Coburg.
- Royal Collection Trust. Georg Konrad Rothbart (1817-96), The Veste Coburg: the Hunting Room, RCIN 920571.
- Coburger Landesstiftung. Institutionen und Museen.
- Museen.de. Kunstsammlungen der Veste Coburg – Sammlungen e orari di visita.
