Il cavallefante di Bressanone: l’elefante dipinto da chi non ne aveva mai visto uno

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Nel chiostro del Duomo di Bressanone c’è un animale che non esiste. Sta nella terza arcata, in mezzo a una battaglia biblica: ha il corpo massiccio, quattro zampe da cavallo da tiro, un collo che nessun elefante ha mai avuto e, attaccata alla faccia, una proboscide che sembra applicata all’ultimo momento. Sopra, una torretta con dei soldati. Sotto, un uomo che gli infila una lancia nel ventre. I brissinesi lo chiamano da sempre cavallefante, e ogni volta che passo di lì mi fermo davanti a lui più che davanti alle Adorazioni dei Magi che pure sono, tecnicamente, molto migliori.

Il motivo è semplice: quel dipinto è la fotografia di un limite. Il pittore che lo ha eseguito, nel Quattrocento, doveva rappresentare un elefante e non ne aveva mai visto uno. Non poteva andarlo a vedere allo zoo, non poteva sfogliare un’enciclopedia illustrata. Aveva a disposizione un testo, forse un disegno di seconda o terza mano, e la propria idea di animale grande. Il risultato è quello che si vede ancora oggi, a pochi metri dal transetto del duomo.

Un corridoio coperto che è anche un cimitero e un libro

Il chiostro sta sul fianco meridionale della cattedrale e nasce molto prima degli affreschi. Le sue origini sono preromaniche, il nucleo risale a un’epoca in cui Bressanone stava diventando la capitale di un principato vescovile che avrebbe governato buona parte della valle dell’Isarco per secoli. Dopo l’incendio che colpì il duomo nel 1174 il complesso venne rimaneggiato in forme romaniche, e intorno al 1200 si intervenne ancora. La trasformazione decisiva arriva però nel Trecento: le antiche coperture vengono sostituite da volte a crociera gotiche, quelle che oggi trasformano ogni campata in una piccola stanza autonoma, pronta a essere dipinta. La data che si legge più spesso è il 1370; alcune ricostruzioni collegano l’operazione al vescovo Federico di Erdingen, in carica dal 1375 al 1396, e a un maestro Utz(o) sepolto nel chiostro stesso. Le due indicazioni non coincidono perfettamente, ed è onesto dirlo: sul cantiere gotico le fonti oscillano di qualche anno.

Quello che conta è la conseguenza architettonica. Le volte a crociera creano venti arcate, cioè venti superfici concave suddivise in vele, spicchi e lunette. È un supporto ideale per la pittura murale. E a Bressanone il chiostro non era solo un passaggio coperto fra duomo, residenza vescovile, casa del capitolo e scuola: era anche il cimitero dei canonici. Chi ci veniva sepolto, o i suoi eredi, pagava la decorazione della propria campata. Da qui nasce la caratteristica più affascinante del ciclo: non c’è un programma unitario. Ogni arcata è una commissione a sé, con il suo committente, il suo stemma, il suo pittore, il suo anno.

Il risultato è che camminando lungo i quattro bracci si attraversa più di un secolo di pittura, dagli anni intorno al 1390 fino ai primi del Cinquecento. Quindici arcate su venti sono dipinte; l’angolo sud-orientale, dalla sedicesima alla ventesima, è rimasto nudo. È l’equivalente alpino di quello che il Camposanto di Pisa è per la Toscana: un chiostro-cimitero che diventa una galleria di pittura murale, con la differenza che qui la sequenza è ancora quasi tutta al suo posto.

La Bibbia dei poveri e il problema dell’elefante

Il ciclo è conosciuto come Armenbibel, la Bibbia dei poveri. Il nome dice la funzione: per chi non sapeva leggere, e nel Quattrocento tirolese era la stragrande maggioranza, quelle immagini erano il testo. Un episodio dell’Antico Testamento accostato al suo compimento nel Nuovo, profeti con cartigli, santi riconoscibili dai loro attributi. Un fumetto teologico, con una grammatica precisa che il pubblico sapeva decifrare meglio di noi.

Fra i pittori attivi qui, molti restano anonimi e si distinguono solo per stile. Alcuni nomi però ci sono arrivati. Nell’ala occidentale si riconosce la mano di Hans von Bruneck, cioè Giovanni da Brunico, che firma con il suo stile cortese una campata del 1417. Nella prima arcata, quella che oggi ospita il sarcofago del principe vescovo Christoph Fuchs von Fuchsberg, morto nel 1542, la decorazione fu finanziata dal decano del capitolo Benedikt Fieger, scomparso a Vienna nel 1490, ed eseguita dal pittore brissinese Ruprecht Potsch intorno a quella data. La seconda arcata fu pagata da Johannes Sailer, morto nel 1462, e dipinta pochi anni dopo.

Ma la figura centrale è un’altra: Leonhard von Brixen, Leonardo da Bressanone, il cui vero nome era Lienhart Scherhauff. Tenne in città una bottega di pittore e intagliatore fino al 1475 circa e dominò la produzione artistica del Tirolo meridionale a metà Quattrocento; alla sua morte l’attività passò al figlio Marx e si spense con lui nel 1484. Fra i suoi allievi c’è Simon von Taisten. Molte arcate del chiostro sono opera sua o della sua officina, compresa quella con le sette gioie di Maria e l’Adorazione dei Magi, intorno al 1463. Ebbe anche l’incarico di affrescare il nuovo coro gotico della cattedrale: quelle pitture sono andate perdute quando il duomo fu ricostruito in forme barocche nel Settecento, ed è una delle perdite più pesanti dell’arte altoatesina. Vale la pena chiarire un equivoco che circola spesso: Leonardo non fu mai pittore di corte del principe vescovo.

Torniamo alla terza arcata. La scena è tratta dal primo libro dei Maccabei: Eleazaro affronta l’esercito siriano, individua l’elefante da guerra che crede porti in groppa il re, gli si infila sotto e lo colpisce al ventre, restando schiacciato dall’animale che gli crolla addosso. È un episodio che richiede un elefante. Non se ne poteva fare a meno, non lo si poteva sostituire con un cavallo qualunque. Così il pittore lo costruì per addizione: prese l’animale grande che conosceva, il cavallo da tiro, gli aggiunse la mole, le zanne, la torretta con gli armati e quella proboscide che sembra un tubo pieghevole. Ne uscì una creatura che non ha nulla di ridicolo, se si smette di leggerla come un errore: è un tentativo onesto di dare corpo a una parola.

Cent’anni dopo, l’elefante vero arriva in città

La parte migliore della storia è che la smentita è arrivata di persona, ed è arrivata a Bressanone.

Nel 1551 un elefante indiano proveniente da Goa, dono del re Giovanni III del Portogallo, stava attraversando l’Europa diretto a Vienna, alla menagerie imperiale di Ferdinando I. A scortarlo era il figlio Massimiliano, futuro imperatore, di ritorno dalla Spagna con la corte. L’animale, passato alla storia con il nome di Soliman, sbarcò a Genova e da lì risalì la penisola. A Trento, dove in quegli anni era riunito il Concilio, il suo passaggio divenne uno spettacolo: fu costruito un elefante di legno a sua immagine e da quello si fece partire un fuoco d’artificio. A Bolzano il tentativo di replicare l’effetto riuscì meno bene e le trattative diplomatiche si trascinarono, così Massimiliano mandò avanti la famiglia e l’animale verso il Brennero.

Poco prima del Natale del 1551 la comitiva arrivò a Bressanone. Soliman venne sistemato nella stalla di una locanda, dove rimase circa due settimane a riposare prima di affrontare il valico. Per la città fu un evento che nessuno aveva mai visto: fino a quel momento un elefante vero, dalle nostre parti, si poteva incontrare tutt’al più nelle grandi fiere del nord Europa. L’oste capì immediatamente il valore commerciale di quell’ospite. Fece dipingere l’animale sulla facciata della sua casa e ribattezzò l’osteria Hellephant. Da allora quel nome non è più cambiato: è l’Hotel Elephant, ancora oggi attivo nel centro di Bressanone, con l’immagine dell’elefante sulla facciata e un’iscrizione che i secoli hanno rinnovato senza mai cancellare. Una piccola nota di prudenza: qualche tradizione locale anticipa l’episodio al dicembre 1550, ma la cronologia del viaggio di Massimiliano colloca il soggiorno brissinese nell’inverno 1551-52. Soliman raggiunse Vienna nel 1552 e vi morì l’anno seguente.

Sono poche centinaia di metri, dal chiostro alla facciata dell’albergo. In quello spazio si misura un salto di conoscenza: da una parte l’elefante immaginato da chi disponeva solo di parole, dall’altra l’elefante ritratto da chi lo aveva davanti agli occhi, con le proporzioni giuste, la pelle grigia, le orecchie al posto loro. Cento anni di distanza e due modi opposti di guardare il mondo.

Cosa si vede oggi, e come si guarda

Il chiostro è ancora integro e resta uno dei più importanti monumenti artistici dell’Alto Adige, con la maggiore concentrazione di pittura murale gotica della provincia. Gli affreschi sono stati oggetto di campagne di restauro condotte nei decenni dall’ufficio provinciale per i beni culturali, con interventi recenti anche sulla quattordicesima e quindicesima arcata: si è lavorato con idrossido di bario, un consolidante scelto per la sua durata. Alcune scene, staccate in passato, non si trovano più in situ.

Si entra dal fianco meridionale del duomo, in pieno centro storico, e si esce nel cortile quadrato con la lanterna dei morti cinquecentesca al centro. La visita è libera, all’interno degli orari di apertura del complesso della cattedrale. Suggerisco di girare in senso orario partendo dal braccio sud, seguendo la numerazione tradizionale delle arcate: si segue così anche l’evoluzione della pittura, dallo stile cortese e sottile dei primi decenni del Quattrocento ai volti più solidi e alle architetture prospettiche di fine secolo. Le lastre tombali sotto i piedi fanno parte del racconto quanto le volte: quel pavimento è la ragione per cui il chiostro è dipinto.

E poi c’è lui, nella terza arcata. Un errore di zoologia diventato il pezzo più amato di tutto il ciclo, che continua a insegnare una cosa semplice: prima delle immagini fotografiche, dipingere significava anche credere sulla parola. Il pittore di Bressanone ci ha creduto, e ha sbagliato benissimo.

Fonti

Tag:Architettura medievale

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