È uno degli oggetti che usiamo senza guardarli mai: due vasche in acciaio inox appese al muro, una più alta e una più bassa, un beccuccio ricurvo con il cappuccio in gomma, pulsanti grandi come una saponetta sul fronte e sui fianchi, una griglia laterale che nasconde il gruppo refrigerante. Sopra, il pittogramma blu su fondo bianco con l’omino chinato: acqua potabile. Ho passato anni a misurare e collaudare oggetti come questo in spazi pubblici, e ogni volta mi accorgo che la gente fa lo stesso gesto goffo — collo piegato, labbra troppo vicine all’ugello, un filo d’acqua sul mento — e ne conclude che l’oggetto è mal progettato. Quasi sempre, invece, il problema non è il progetto: è la quota a cui è stato montato, o il fatto che quel gesto scomodo sia il prezzo di una scelta sanitaria presa più di un secolo fa.
Cosa vedo davvero in questa fontanella
Partiamo da ciò che l’immagine mostra senza interpretazioni. L’unità è doppia, in configurazione alta-bassa: due apparecchi affiancati, con la vasca di sinistra più bassa di una ventina di centimetri rispetto a quella di destra. Il corpo è in acciaio inossidabile satinato, con spigoli raccordati e raggi generosi su tutti i bordi: nessuno spigolo vivo all’altezza della testa di un bambino. Il beccuccio è rivestito da un salvagoccia morbido, probabilmente in elastomero, chiaramente pensato per due cose insieme — impedire che le labbra tocchino il metallo e attutire un urto accidentale. Il comando non è un bottoncino da premere col pollice ma una barra ovale ripetuta su più lati: la si aziona con il palmo, con l’avambraccio, con l’anca se si hanno le mani occupate. La vasca è inclinata verso uno scarico laterale, così che l’acqua di ritorno non ricada sull’ugello. E sotto, il dettaglio che molti leggono come un difetto estetico: lo sbalzo del corpo rispetto al muro, con due puntoni obliqui, che lascia libero lo spazio per le ginocchia di chi arriva in carrozzina. In mezzo alla vasca alta si intravede una placca incisa, che nelle versioni recenti di questi apparecchi corrisponde alla zona di riempimento borraccia o al contatore delle bottiglie risparmiate.
Perché il getto va verso l’alto e di sbieco
Il getto parabolico non è un vezzo formale: è la traduzione tecnica di una rivoluzione igienica. Le fontane pubbliche ottocentesche erano quasi sempre accompagnate da una coppa o un bicchiere comune incatenato alla vasca, e tra fine Ottocento e inizio Novecento quella pratica fu progressivamente messa al bando perché riconosciuta come veicolo di malattie trasmissibili. La risposta progettuale fu il getto che sale dal basso: l’acqua arriva alla bocca senza alcun contenitore intermedio e senza che nessuno debba toccare nulla con le labbra. Da qui discende tutta la grammatica dell’oggetto che vediamo in foto. L’inclinazione serve a far ricadere l’acqua lontano dal foro di uscita, perché nulla di ciò che esce dalla bocca di chi beve possa tornare sull’ugello. Il cappuccio rialzato impedisce il contatto diretto. L’altezza contenuta del getto evita gli schizzi fuori vasca. Il risultato è un gesto un po’ scomodo per chi beve, ma controllato dal punto di vista sanitario: il compromesso è voluto, non subito.
Le quote che decidono se un oggetto è davvero pubblico
Qui sta la parte che il pubblico non vede e che fa la differenza tra un arredo e un servizio. Gli standard di accessibilità statunitensi, che su questo prodotto sono il riferimento tecnico più dettagliato al mondo, fissano per l’apparecchio accessibile in carrozzina un’altezza massima del beccuccio di 915 mm da terra, mentre per la fontanella destinata a chi sta in piedi la forchetta sale tra 965 e 1090 mm. Ecco spiegata, in una riga, la coppia alta-bassa della foto: non è ridondanza, è l’unico modo per servire due corpi diversi senza penalizzarne uno. Gli stessi standard chiedono che il getto si alzi almeno 100 mm, così da poterci infilare sotto un bicchiere — dettaglio prezioso per chi non riesce ad avvicinare il viso — e che il beccuccio stia a non più di 125 mm dal bordo anteriore, perché chi arriva frontalmente non debba sporgersi dentro la vasca. C’è perfino una regola sull’angolo del getto misurato rispetto alla faccia anteriore: massimo 30 gradi se l’ugello è a meno di 75 mm dal bordo, massimo 15 gradi se sta tra 75 e 125 mm. Per i bambini fino a dodici anni la quota scende a 762 mm. E i comandi devono essere azionabili con una sola mano, senza presa salda né rotazione del polso, con una forza non superiore a circa 22 newton: quei pulsantoni larghi che vediamo in foto nascono esattamente da lì.
In Italia la cornice è diversa ma la logica coincide: il decreto ministeriale sull’eliminazione delle barriere architettoniche impone, per gli apparecchi che richiedono accostamento frontale, almeno 80 cm liberi davanti al bordo anteriore e privilegia comandi a leva o a pressione anziché manopole. Tradotto in cantiere: una fontanella montata in una nicchia stretta, o con un cestino dei rifiuti davanti, smette di essere accessibile anche se il prodotto è perfetto.
L’igiene sta nelle mani, non nella bocca
C’è un equivoco diffuso: molti evitano le fontanelle pensando all’acqua, quando il punto critico sono le superfici. Le ricerche sulla qualità batteriologica delle fontanelle scolastiche mostrano che la contaminazione si concentra proprio sulle parti toccate e sull’area attorno all’ugello, con una quota rilevante di campioni di superficie positivi a coliformi fecali, mentre l’acqua di rete resta in genere conforme. Questo spiega perché, in un progetto ben fatto, tutto converge su tre scelte: acciaio inox non poroso e facile da passare con un panno, comandi grandi azionabili senza le dita, salvagoccia che rende fisicamente difficile appoggiare le labbra. Non è pignoleria: è la differenza tra un oggetto che si può igienizzare in dieci secondi e uno che richiede manutenzione specialistica.
La via italiana: il nasone e la vedovella
Noi lo stesso problema lo abbiamo risolto in modo opposto, e geniale. Il nasone romano — circa 2.500 esemplari in città, di cui oltre 200 nel solo centro storico — è un tubo di ghisa che butta acqua in continuo verso il basso, senza pulsanti, senza elettricità, senza parti mobili da riparare. Il trucco sta nel piccolo foro praticato sulla sommità del tubo: tappando con un dito l’uscita inferiore, il flusso viene deviato verso l’alto e si trasforma in zampillo. Lo stesso gesto permette a chiunque di riempire una bottiglia, bagnarsi la faccia, dare da bere a un cane. Zero interfaccia, zero istruzioni, affidabilità totale. A Milano la vedovella — chiamata così per quel filo d’acqua che scorre senza sosta come lacrime — è tecnicamente un punto di rete diretto con il celebre drago in ghisa verde; oggi le fontanelle in città sono oltre seicento e il loro numero cresce da un secolo, visto che già negli anni Venti se ne contavano oltre duecento. Due oggetti che insegnano una cosa semplice: a volte il miglior comando è nessun comando, e la manutenzione è un criterio di progetto almeno quanto la forma.
Dal bubbler al riempi-borraccia: perché l’oggetto sta cambiando
Il motivo per cui le unità più recenti hanno un erogatore verticale a sensore sopra la vasca è culturale prima che tecnico: portiamo tutti una borraccia, e il bubbler nasce per bere, non per riempire. Gli studi sulle stazioni di ricarica in contesti pubblici e universitari ne documentano l’effetto sulla riduzione dei rifiuti da bottiglie monouso, ed è lo stesso ragionamento che in Italia ha generato le case dell’acqua: a Milano il gestore idrico ne conta cinquantadue accanto alle fontanelle storiche, a Roma una settantina affiancate ai nasoni, con erogazione liscia e frizzante e controlli periodici. L’evoluzione sensata di un oggetto come quello in foto non è quindi un restyling: è aggiungere un’uscita verticale senza contatto mantenendo il getto tradizionale per chi non ha nulla da riempire.
Le prove che faccio in tre secondi davanti a una fontanella
- Posso avvicinarmi frontalmente senza ostacoli, con le gambe sotto il corpo dell’apparecchio?
- Il beccuccio alto resta sotto il mento di un adulto medio e quello basso è raggiungibile da seduti?
- Riesco ad azionarla con l’avambraccio o col palmo, senza afferrare o ruotare nulla?
- Il getto sale abbastanza da infilarci sotto un bicchiere o il collo di una borraccia?
- L’acqua ricade lontano dall’ugello e lo scarico non lascia ristagni nella vasca?
- Le superfici sono lisce, continue, senza fughe o guarnizioni ingiallite attorno al beccuccio?
Se quattro risposte su sei sono sì, il prodotto è a posto. Quando invece una fontanella risulta inutilizzabile, nove volte su dieci la colpa è dell’installazione: montata troppo in alto per fare spazio a un battiscopa, incassata in una nicchia che impedisce l’accostamento frontale, piazzata in un corridoio di passaggio dove chi beve viene urtato, oppure collegata a un ramo di rete poco utilizzato, con l’acqua ferma per giorni. L’oggetto in foto è un buon esempio di funzionalismo igienico maturo: compatto, robusto, pensato per durare vent’anni e per essere pulito da chiunque. Non è elegante e non vuole esserlo — ma è uno dei pochi pezzi di design che restituisce un diritto, e lo fa senza chiedere nulla in cambio a chi lo usa.
Fonti
- U.S. Access Board. ADA Accessibility Standards, Chapter 6: Plumbing Elements and Facilities (602 Drinking Fountains). U.S. Access Board.
- U.S. Access Board. Guide to the ADA Accessibility Standards, Chapter 6: Drinking Fountains. U.S. Access Board.
- Ministero dei Lavori Pubblici (1989). D.M. 14 giugno 1989 n. 236, prescrizioni tecniche per l’accessibilità e il superamento delle barriere architettoniche. Testo normativo.
- Braga C.A.S.B. et al. (2016). Bacteriological water quality in school’s drinking fountains and detection of antibiotic resistance genes. Annals of Clinical Microbiology and Antimicrobials.
- Willis K. et al. (2019). The Success of Water Refill Stations Reducing Single-Use Plastic Bottle Litter. Sustainability (MDPI).
- Acea. I nasoni di Roma e le fontanelle dell’acqua. Acea Gruppo.
- Roma Capitale. Fontanelle romane: lupi, draghi e nasoni. Comune di Roma.
- MM S.p.A. Servizio Idrico Integrato: fontanelle e case dell’acqua di Milano. Metropolitana Milanese.
- Centrale dell’Acqua di Milano. Fontanella pubblica nota come vedovella, Archivio MM S.p.A.
- Places Journal. Fountain Society: drinking fountains and public goods. Places Journal.
