Cattedrale di St Andrews: la chiesa più grande di Scozia smontata pietra per pietra dai suoi cittadini

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

La prima cosa che colpisce, arrivando dal centro di St Andrews, non è la rovina: è il prato. Il perimetro della navata è tracciato nell’erba come uno spartito, i basamenti dei pilastri emergono a filo del terreno, e ai due estremi restano in piedi due frontoni: quello a est, con le sue lancette allineate come canne d’organo, e un frammento di quello a ovest. Fra i due ci sono centodiciannove metri di vuoto. Nessuna chiesa più grande è mai stata costruita in Scozia, né prima né dopo. E per capire perché oggi sia ridotta a un disegno sul suolo bisogna accettare un fatto che spiazza: non l’ha demolita un esercito nemico. L’hanno smontata, lentamente e con ordinato senso pratico, gli abitanti della città.

Una città nata attorno a una reliquia

Prima di St Andrews c’era Kilrymont, un insediamento su un promontorio della costa del Fife. La tradizione racconta di un monaco, Regolo — St Rule — che avrebbe portato fin qui, da Patrasso, le ossa dell’apostolo Andrea, naufragando su questa riva e fondando una chiesa dedicata al santo. È una leggenda di fondazione, non un documento, e va trattata come tale: le fonti medievali la riferiscono in versioni diverse fra loro. Ma il suo effetto storico è concretissimo, perché intorno a quelle reliquie si costruì la capitale religiosa della Scozia e la figura di Andrea come patrono nazionale.

Il primo edificio importante che si vede ancora oggi, in piedi e intatto, è la torre di St Rule: un parallelepipedo di pietra alto e strettissimo, di gusto romanico primitivo, costruito nel XII secolo per una chiesa che ai pellegrini bastò per pochi decenni. Nel 1140 il vescovo Robert insediò qui i canonici agostiniani, e il priorato divenne una macchina istituzionale con un problema di spazio: le folle in arrivo non ci stavano più.

Il cantiere della nuova cattedrale parte sotto il vescovo Arnold. Le date che si trovano nelle fonti oscillano fra il 1158 e il 1160, e vale la pena dirlo apertamente: l’anno esatto non è fissato con certezza, così come non conosciamo con sicurezza i nomi dei capomastri che diressero le prime fasi. È uno scarto abissale rispetto all’Italia dello stesso periodo, dove i nomi degli architetti delle cattedrali romaniche cominciano a comparire nelle iscrizioni. Qui restano i vescovi committenti e la pietra.

Centosessant’anni di cantiere, due tempeste e un incendio

Il progetto iniziale è romanico normanno: pilastri massicci, archi a tutto sesto, la logica costruttiva che gli inglesi avevano portato in Scozia. Ma un cantiere che dura un secolo e mezzo cambia lingua strada facendo, e la cattedrale finita parlava già gotico — quel gotico sobrio, verticale, poco decorato che si chiama Early Scottish e che qui si legge ancora nel frontone orientale.

La cronologia del cantiere è una sequenza di disgrazie. Le fonti riferiscono che nel 1272 una tempesta colpì l’estremità occidentale, appena completata o ancora in costruzione: quando si ricostruì, il fronte ovest fu arretrato di alcune campate, e la chiesa perse per sempre un pezzo della lunghezza prevista. Non fu un ripensamento stilistico, fu una resa al meteo del Mare del Nord.

Poi arrivò la politica. Durante le guerre d’indipendenza scozzese, tra la fine del Duecento e i primi del Trecento, il cantiere si fermò e — secondo i resoconti tramandati — le truppe inglesi asportarono il piombo dalle coperture non finite. Una cattedrale senza tetto, in Scozia, si degrada in fretta. Il vescovo William Lamberton, uomo di fiducia di Robert Bruce e figura centrale del partito indipendentista, riprese i lavori e li portò al traguardo.

Il giorno della consacrazione, e un cavallo nella navata

La consacrazione avvenne nel 1318, a oltre centocinquant’anni dalla posa delle prime pietre, alla presenza di Robert Bruce, che aveva vinto a Bannockburn quattro anni prima. La cerimonia fu anche un atto politico: una chiesa nazionale che si consacrava in casa propria, in aperto attrito con Roma e con l’Inghilterra.

Su quel giorno circola un racconto tenace: il re che entra a cavallo e percorre la navata fino all’altare, come offerta di ringraziamento per la vittoria. La scena compare in ricostruzioni successive più che in documenti coevi indiscutibili, e per onestà va presentata così: una tradizione, forse fondata su un’offerta rituale al santuario, non un verbale notarile. Ma dice qualcosa di vero sul significato dell’edificio — a St Andrews la sovranità scozzese trovava una liturgia.

La pace durò poco. Nel 1378 un incendio devastò la cattedrale, e la ricostruzione impegnò i decenni successivi sotto il vescovo Walter Trail. Nel 1409 una tempesta invernale abbatté il fronte del transetto sud, rimesso in piedi dal vescovo Henry Wardlaw, lo stesso che nel 1413 ottenne la bolla papale per l’università di St Andrews, la più antica di Scozia. In pratica: nel momento in cui la città diventava anche capitale del sapere, la sua cattedrale era ancora un cantiere di riparazioni.

1559: non un assedio, un abbandono

L’11 giugno 1559 John Knox predicò nella chiesa parrocchiale della Santissima Trinità, in South Street, a poche centinaia di metri dalla cattedrale. Il messaggio era la rimozione dei monumenti dell’idolatria. La folla passò dalla predica all’azione: altari smontati, immagini e statue distrutte, arredi rimossi. È la scena che tutti raccontano, ed è documentata.

Ma attribuire la rovina a quel singolo pomeriggio è un errore di prospettiva, e gli studiosi che lavorano su queste carte lo dicono da tempo. L’iconoclastia svuotò l’edificio; a ucciderlo fu ciò che venne dopo. Con la messa cattolica messa fuori legge, il capitolo dei canonici si disperse, le rendite che pagavano manutenzione e riparazioni svanirono, e una fabbrica di centodiciannove metri rimase senza nessuno che avesse il dovere e i soldi di tenerla asciutta. Nel giro di pochi anni le coperture cedettero, il piombo prese altre strade, la torre centrale finì per crollare. Il culto proseguì nella parrocchiale, che esisteva già ed era più piccola, più calda e più economica.

La cattedrale diventa una cava a cielo aperto

Qui comincia la parte che mi ha sempre fatto pensare a Roma. Come il Colosseo e le terme imperiali fornirono per secoli travertino ai palazzi rinascimentali, così la cattedrale di St Andrews diventò il magazzino di materiali della propria città. Pietra da taglio già lavorata, squadrata, pronta: chi doveva costruire un muro o una casa non andava in cava, andava alla cattedrale.

Il dettaglio che sfugge a chi guarda solo le rovine sta in fondo al porto. Il molo medievale di St Andrews, quello del celebre pier walk degli studenti in toga rossa, è una costruzione a secco in pietrame, e nella parte più esterna — rifatta nel Settecento e nell’Ottocento dopo le mareggiate — si riconoscono blocchi di reimpiego con modanature: profili di cornici e di costoloni che non nascono per resistere alle onde, ma per correre lungo una navata. Camminare su quel molo significa camminare sulla cattedrale. Lo stesso vale per parecchi muri della città vecchia, dove basta alzare gli occhi per trovare un conci scolpito incastrato dove non dovrebbe stare.

1826: la decisione di tenere in piedi una rovina

Il cambio di mentalità è tracciabile nei documenti d’archivio, e ha una data precisa prima ancora del 1826. Nel gennaio 1805 i barons of exchequer autorizzarono lavori di riparazione al campanile — la torre di St Rule — sotto la direzione del Principal dell’università. Non era ancora tutela nel senso moderno, ma era il riconoscimento che quella pietra apparteneva a tutti e non al primo che passava con un carretto.

Poi, tra il 1825 e il 1827, il fascicolo si infittisce: una relazione di Robert Reid, l’architetto del re per la Scozia, che ispeziona cattedrale e castello e indica gli interventi necessari; una seconda lettera con lavori aggiuntivi; e il conto di un muratore, John Kennedy, per l’attività svolta fra il giugno 1826 e l’aprile 1827. È in quel biennio che la rovina smette di essere una cava e diventa un monumento: si consolidano i frontoni, si stabilizza ciò che resta, si accetta l’idea — allora nuova, oggi ovvia — che un edificio incompleto possa essere conservato proprio in quanto rovina, senza ricostruirlo per finta.

Cosa si vede oggi, e come si visita

Il sito è gestito da Historic Environment Scotland e si visita a pagamento; il biglietto è normalmente combinabile con quello del castello di St Andrews, a pochi minuti a piedi lungo la costa. L’area è aperta e ventosa: qui il tempo si mette a piovere senza chiedere permesso, e conviene attrezzarsi.

Cosa resta da vedere, concretamente:

  • il frontone est, la parte più integra e più alta, con le finestre a lancetta che danno la misura dell’altezza originale;
  • il frammento del fronte ovest e, tra i due, la pianta della chiesa incisa nel prato: è il modo migliore per percepire i centodiciannove metri;
  • la torre di St Rule, salibile per una scala interna ripida e strettissima, con il miglior punto di vista sulla città, sul mare e sul percorso dei pellegrini;
  • il cimitero, denso di monumenti funerari sette-ottocenteschi, dove riposano golfisti storici e docenti dell’università;
  • il museo allestito nei resti conventuali, che conserva sculture altomedievali e materiali scavati sul posto, dalla ceramica domestica alle lastre scolpite di epoca picta;
  • The Pends, il passaggio voltato che era l’ingresso monumentale al recinto del priorato, e i tratti superstiti del muro di cinta.

Non c’è nessuna intenzione di ricostruire, e va bene così. La cattedrale di St Andrews è una delle poche rovine europee in cui si legge tutto il ciclo di vita di un’architettura: un cantiere lunghissimo, tre catastrofi naturali, una guerra, una rivoluzione religiosa, due secoli di riuso pragmatico e infine la decisione di fermare l’emorragia. Chi arriva aspettandosi una chiesa gotica trova invece qualcosa di più raro: la prova materiale che gli edifici non muoiono di colpo, muoiono quando nessuno ha più il compito di occuparsene.

Fonti

Tag:Architettura gotica

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