Fietsstraat, la strada ciclabile olandese dove l’auto è ospite: perché funziona l’asfalto rosso e non il cartello

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Il cartello è rettangolare, fondo blu, bordo bianco arrotondato, e dice due cose in lettere minuscole senza grazie: fietsstraat sopra, auto te gast sotto. In mezzo, il pezzo forte: una ciclista bianca piena, disegnata di fronte, con le braccia sul manubrio, che si sovrappone a un’automobile rossa vista anch’essa frontalmente. Non è un collage casuale. La bici sta davanti, l’auto sta dietro, e il guidatore dell’auto è un piccolo profilo rosso dietro il parabrezza, mezzo nascosto dal corpo della ciclista. In un unico pittogramma c’è scritta l’intera gerarchia d’uso della strada, senza divieti, senza frecce, senza numeri. Guardando la superficie si intuisce anche la trama a nido d’ape della pellicola rifrangente: non è un adesivo stampato, è un pannello pensato per rispondere ai fari di notte secondo le prestazioni di retroriflessione normate a livello europeo per la segnaletica verticale fissa.

Quello che il disegno dice senza scriverlo

Ho passato anni a guardare segnaletica in giro per l’Europa e questo resta uno dei pochi casi in cui un cartello riesce a comunicare una relazione e non un comando. Gli altri segnali dicono cosa non puoi fare. Questo dice chi sei, in quel momento, su quella strada: un ospite. La scelta grafica è precisa. Il blu è il colore della segnaletica informativa, non di quella di prescrizione: il cartello non proibisce, informa. Il bianco pieno della figura in bici la stacca dal fondo e la porta in primo piano; l’auto resta un contorno rosso, leggibile ma arretrata. Anche il minuscolo nel lettering non è vezzo tipografico: abbassa il tono, somiglia più a una frase detta che a un ordine urlato.

Il punto critico, però, è proprio questo: un cartello che informa non crea da solo una nuova regola di circolazione. In Olanda, dove questi pannelli sono nati, la cosa è nota e discussa: la strada ciclabile non è una categoria giuridica autonoma con regole di precedenza proprie, valgono le normali regole di circolazione, e il pannello serve a chiarire un’intenzione di progetto. Se la strada sotto il cartello è larga, dritta e comoda, l’automobilista si comporta esattamente come su qualunque altra strada. Il cartello diventa un augurio.

Da dove arriva: il 1972, i woonerf e un Paese che cambia idea

Questa grafica è la punta di un iceberg politico. Nel 1972 i Paesi Bassi toccano il picco storico di morti sulle strade: 3.264 vittime in un anno, in un Paese che allora aveva poco più di tredici milioni di abitanti. È il momento in cui l’opinione pubblica smette di considerare la strage stradale un effetto collaterale del progresso. Nello stesso giro d’anni nasce la sperimentazione dei woonerf, le corti residenziali dove l’auto entra ma a passo d’uomo, e nel 1976 quel concetto entra formalmente nella normativa del traffico olandese, con un segnale dedicato e requisiti minimi di progettazione.

Da lì in avanti il metodo olandese si consolida in una visione nota come Duurzaam Veilig, sicurezza sostenibile, che si fonda su principi scomodi ma onesti: ogni strada deve avere una funzione sola, e dove masse molto diverse si incontrano — due tonnellate di lamiera e settanta chili di persona in equilibrio su due ruote — la velocità deve scendere al punto da rendere l’incontro non letale. La fietsstraat è l’applicazione urbana di quel principio: non separo bici e auto, le mescolo, ma rendo la mescolanza sopportabile abbassando la velocità e invertendo le priorità percepite.

Perché l’asfalto rosso funziona davvero (ma non da solo)

La prima volta che ho percorso in bici una fietsstraat a Utrecht, la sensazione fisica è stata chiara prima ancora che leggessi il cartello: il fondo rosso continuo, nessuna linea di mezzeria, l’incrocio che resta alla mia quota mentre è la strada laterale a salire sul piano rialzato. Non devo scendere né rallentare. Sono io la continuità.

Sul colore esiste ricerca seria. Uno studio multimetodo pubblicato su Frontiers in Psychology ha misurato gli effetti della riasfaltatura in rosso di corsie ciclabili combinando sondaggi, osservazione video e dati GPS: visibilità percepita, sicurezza percepita e facilità di lettura dello spazio migliorano rispetto alle strade di controllo, e nelle prime strade trattate si registra un aumento dell’uso in bici. Gli autori la inquadrano come una spinta gentile: il colore non obbliga nessuno, trasmette informazione. È esattamente il limite della vernice. Il rosso dice qui le bici contano, ma non toglie un centimetro alla carreggiata, non modifica i raggi di curvatura, non impedisce il sorpasso.

Nel manuale di riferimento olandese per queste strade, l’asfalto rosso e il cartello della fietsstraat sono considerati elementi essenziali, ma l’elemento decisivo è un altro: la larghezza della carreggiata deve corrispondere alle intensità reali di auto e biciclette. Se non c’è quella corrispondenza, la strada non merita il nome.

Quando la fietsstraat non funziona

Non è un modello infallibile, e sono gli olandesi i primi a dirlo. Una ricognizione su un campione di 87 strade ciclabili ha mostrato che circa un quarto è più stretto di quanto linee guida e uso effettivo richiederebbero, e che le più critiche sono proprio le più trafficate. È un corto circuito tipico: metti il rosso su una strada che continua a smaltire traffico di attraversamento e ottieni ciclisti che si sentono autorizzati a tenere la posizione e automobilisti che li tallonano perché non hanno spazio per stare dietro con calma.

Il numero ricorrente nella letteratura tecnica olandese sulle aree a 30 km/h è semplice da ricordare: oltre i cinquemila veicoli a motore al giorno, una strada residenziale non regge più, né per sicurezza né per vivibilità, rumore e attraversabilità comprese. Tradotto: una strada ciclabile non è una targhetta che si appiccica a una strada esistente, è il punto d’arrivo di una scelta sul traffico. Prima si toglie il traffico di attraversamento, poi si colora.

E in Italia? La categoria c’è, la geometria spesso no

Nel nostro Codice della Strada, dal 2020, esiste la categoria E-bis, strada urbana ciclabile: strada urbana a unica carreggiata, limite non superiore a 30 km/h, con priorità per i velocipedi, e — testuale — definita da apposita segnaletica verticale. Sulla carta è la nostra fietsstraat. Nella pratica, la formulazione contiene già il rischio: la norma fissa il requisito del cartello, non quello della sezione stradale. E così ho visto decine di strade italiane dichiarate ciclabili con due cartelli, una verniciatura di qualche mese e una carreggiata rimasta identica a prima, con sosta tollerata su entrambi i lati e una corsia residua che invita a tenere i quaranta all’ora.

Fietsstraat, la strada ciclabile olandese dove l’auto è ospite: perché funziona l’asfalto rosso e non il cartello

Non è pedanteria. Nel 2023 in Italia sono morti 212 ciclisti sulle strade, un dato in aumento rispetto all’anno precedente. Il problema non è il colore: è che spesso chiediamo con la vernice quello che la geometria continua a smentire. Un dato utile per capire quanto pesi la dimensione fisica: sulle corsie ciclabili le analisi olandesi mostrano una correlazione diretta tra larghezza e distanza di sorpasso, nell’ordine di qualche centimetro di franco in più per ogni dieci centimetri di corsia guadagnati. I centimetri sono il progetto. Il resto è comunicazione.

Cinque indizi per capire, camminando sotto casa, se una strada è progettata o solo dipinta

  • Larghezza reale. Misurate con i passi: se due auto si incrociano comodamente mantenendo i quaranta all’ora, la strada sta dicendo una cosa diversa dal cartello.
  • Continuità del piano agli incroci. Se chi va in bici o a piedi resta alla stessa quota e sono le strade laterali a salire, la priorità è costruita. Se invece la ciclabile si interrompe e riprende dopo l’incrocio, è solo grafica.
  • Raggi di curvatura. Angoli ampi e morbidi sono un invito a svoltare veloci; angoli stretti obbligano fisicamente a rallentare. Guardate il cordolo, non il cartello.
  • Sosta tollerata. File di auto parcheggiate a filo della corsia significano porte che si aprono e visibilità nulla agli attraversamenti. Nessuna vernice compensa quel rischio.
  • Numero di cartelli necessari. È il mio indicatore preferito, ed è quasi infallibile: più segnali servono per spiegare come comportarsi, meno la strada riesce a spiegarlo da sola. Una buona fietsstraat ha bisogno di un cartello solo per confermare ciò che l’asfalto ha già detto.

La lezione del cartello blu

Il pannello della foto resta, a mio avviso, un piccolo capolavoro di comunicazione pubblica proprio perché è onesto sui propri limiti: non dice vietato, dice sei ospite. Ma funziona solo come firma in calce a un progetto già fatto. Se lo si pianta su una strada immutata diventa la cosa peggiore che un segnale possa diventare: una promessa che la realtà non mantiene. Quando progettiamo spazio pubblico, questa è la domanda da tenere in testa: la strada che sto disegnando si comporterebbe bene anche se togliessi tutti i cartelli? Se la risposta è sì, il cartello è un’informazione. Se è no, è un alibi.

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Tag:Mobilità ciclabile

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