La prima cosa che colpisce, in questo bagno, è che il verde non sta mai fermo. La doccia è rivestita per intero con piastrelle quadrate di piccolo formato, smaltate a mano: ogni tessera riflette la luce con un’angolazione leggermente diversa, così la parete passa dal verde bottiglia quasi nero degli angoli al verde brillante delle zone esposte. Dentro il box c’è una panca in muratura rivestita con lo stesso materiale, il piatto è un mosaico chiaro a tondini, le ferramenta del vetro e il soffione sono in ottone lucido. Fuori dal box, su un pavimento a grandi lastre chiare, un comò in legno massello con gambe tornite regge un piano in marmo bianco e fa da mobile lavabo. Sopra, una boiserie verticale color crema, uno specchio arcuato con cornice sottile e un’applique a globo opalino. Non c’è vasca, e non si sente la mancanza: tutto lo spazio utile è finito nella doccia.
Il verde irregolare: perché una piastrella imperfetta funziona meglio in pochi metri quadri
Il rivestimento sembra uno zellige o comunque una piastrella smaltata artigianalmente: superficie leggermente ondulata, spessori non perfettamente costanti, smalto che varia di tono da pezzo a pezzo, fughe sottili e non millimetriche. In uno spazio piccolo questa è una scelta tecnicamente sensata, non solo estetica. Una superficie lucida e perfettamente planare si comporta come uno specchio: restituisce la sorgente luminosa in modo concentrato e crea punti di abbagliamento riflesso. Una superficie lucida ma irregolare, invece, scompone la stessa luce in decine di riflessi piccoli e diffusi. Il risultato è una parete che appare viva ma non fastidiosa, e che non denuncia ogni minima imperfezione di posa.
C’è anche un vantaggio pratico: con pezzi fatti a mano le tolleranze dimensionali sono più ampie, quindi le piccole fuori squadra della muratura — frequenti nelle ristrutturazioni — si assorbono nella posa invece di diventare evidenti. Il rovescio della medaglia va messo in conto: più tempo di posa, più sfrido, necessità di un posatore che sappia lavorare con pezzi non calibrati e la scelta di una fuga di colore vicino allo smalto, come qui, per non disegnare una griglia che frammenta visivamente la parete.
Come replicarlo. Fascia alta: zellige smaltato a mano, posa a correre o a giunto allineato come in foto. Fascia media: ceramiche a spessore sottile con smalti variegati e bordi leggermente irregolari, prodotte industrialmente ma con effetto handmade. Fascia bassa: piastrella liscia 10×10 in tinta unita satinata, posata con fuga dello stesso tono; si rinuncia al guizzo dei riflessi, ma si conserva l’effetto monolitico del colore pieno.
Niente vasca: la doccia prende tutto lo spazio che serve
La scelta più coraggiosa è quella che non si vede: qui la vasca è stata esclusa, non compressa. Al suo posto c’è un box generoso, chiuso da vetro trasparente con cerniere e maniglia in ottone, con uno zoccolo rivestito che definisce il perimetro e un gradino basso di contenimento. Il vetro trasparente, senza telaio continuo e senza profili scuri, lascia leggere la parete verde da tutto il bagno: la stanza continua oltre il box invece di fermarsi, e lo spazio percepito è quello totale, non quello calpestabile fuori dalla doccia.
La panca in muratura è l’elemento che trasforma la doccia da passaggio obbligato a luogo comodo. Serve per sedersi, per appoggiarsi mentre ci si lava i piedi o le gambe, per posare asciugamano e prodotti senza mensole aggiunte. È anche un alleato della sicurezza: il bagno è uno degli ambienti domestici dove scivolamenti e cadute sono più frequenti, e avere un appoggio stabile riduce i movimenti in equilibrio precario su superficie bagnata. Nella stessa logica va letto il mosaico a tondini del piatto doccia, che moltiplica le fughe e quindi l’attrito del piede sul bagnato.
Come replicarlo. Fascia alta: panca in muratura rivestita con lo stesso materiale delle pareti, con pendenza minima verso il piatto. Fascia media: seduta in pietra o gres a tutto spessore ancorata a parete. Fascia bassa: sgabello impermeabile in teak o resina, da spostare all’occorrenza. La differenza di budget è enorme, il beneficio d’uso quasi identico.
La luce: un globo opalino che illumina il viso, non il soffitto
Accanto allo specchio c’è una sola applique a sfera in vetro opalino con attacco in ottone. La posizione è la parte intelligente: montata a parete a fianco dello specchio e non sopra di esso, illumina il volto da lato, evitando le ombre dure sotto gli occhi e sotto il mento che arrivano da un faretto a soffitto. Il vetro opalino fa il resto, perché nasconde la lampadina e trasforma la sorgente puntiforme in una superficie luminosa estesa: meno abbagliamento diretto, meno riflessi sgradevoli sullo specchio e sulle piastrelle lucide.
I criteri di riferimento per l’illuminazione degli interni ragionano esattamente su queste grandezze: non solo quanti lux arrivano sul piano, ma uniformità, limitazione dell’abbagliamento e resa cromatica della sorgente. In bagno il piano che conta davvero è verticale, cioè il viso allo specchio, ed è il motivo per cui una sola plafoniera centrale non basta quasi mai. Nello specchio, qui, si legge il riflesso di un’apertura che porta luce naturale: segno che l’illuminazione artificiale è pensata come integrazione, non come unica fonte.
Come replicarlo. Due applique ai lati dello specchio se la larghezza lo consente, altezza indicativa all’altezza degli occhi; una sola applique laterale quando lo spazio è stretto, come in questo caso. Scegliere sorgenti LED con resa cromatica alta, perché su pelle e trucco la fedeltà del colore è l’unico parametro che si nota davvero, e privilegiare prodotti con buona classe di efficienza energetica: l’illuminazione è una delle voci su cui l’intervento costa poco e il risparmio è immediato.

Il comò trasformato in mobile lavabo: il pezzo che dà età alla stanza
Il mobile sotto al lavabo è un comò in legno massello, con gambe tornite, tre cassetti a fronte liscio e pomelli metallici a coppa. Sembra un pezzo d’epoca o di recupero, adattato: il piano in marmo bianco e la rubinetteria alta in ottone sono stati aggiunti sopra, non fanno parte dell’arredo originale. È la mossa che salva il bagno dall’effetto showroom. Il legno caldo, con nodi e venature in piena vista, crea un contrasto di temperatura con il verde freddo e profondo della doccia, e la forma sagomata del mobile rompe la rigidità geometrica delle piastrelle.
Due avvertenze pratiche, perché questa soluzione non è gratis. La prima è l’altezza: un comò antico è spesso più basso dei mobili bagno attuali, e con il piano in pietra aggiunto si arriva comunque a una quota d’uso confortevole, ma va verificata prima dell’acquisto, non dopo. La seconda è l’umidità: il legno massello in un ambiente con doccia aperta va trattato con finiture resistenti all’acqua, i cassetti vanno adattati allo scarico e il piano deve avere un bordo che impedisca all’acqua di colare sul fronte.
Come replicarlo. Fascia alta: restauro di un mobile antico con piano in marmo su misura e sifone ribassato per salvare il primo cassetto. Fascia media: credenza o comò di recupero con piano in gres a tutto spessore e lavabo d’appoggio. Fascia bassa: mobile moderno sospeso abbinato a uno specchio con cornice in legno o ottone, che da solo porta parte di quel calore.
Boiserie chiara e pavimento neutro: il contrappeso che tiene in piedi il verde
Se tutto il bagno fosse verde scuro, lo spazio si chiuderebbe. Qui il colore saturo è confinato nel volume della doccia, mentre le pareti esterne hanno una boiserie a doghe verticali chiara nella parte bassa e un intonaco color crema sopra. Le doghe verticali allungano visivamente la parete, la fascia di separazione orizzontale dà un ordine alla composizione e protegge la zona più esposta agli schizzi. Il pavimento a grandi lastre chiare, con poche fughe, completa il bilanciamento: superfici chiare e poco interrotte restituiscono più luce in ambiente e compensano l’assorbimento del rivestimento scuro.
È un principio replicabile ovunque: un colore intenso funziona meglio se ha un confine netto. Un volume, una nicchia, una parete intera. Spalmato dappertutto a dosi omeopatiche diventa indeciso, concentrato diventa un gesto.
La parte invisibile: vapore, condensa e manutenzione
Un bagno con doccia chiusa in vetro e rivestimenti a tutta altezza produce molto vapore in poco volume. La gestione dell’umidità non è un dettaglio estetico: la presenza di umidità persistente e muffa negli ambienti interni è associata a effetti negativi documentati sulla salute respiratoria, e la prevenzione passa dal controllo della condensa più che dai rimedi successivi. In pratica significa aspirazione meccanica dimensionata e temporizzata dopo l’uso, oppure apertura che garantisca un ricambio reale, superfici che si asciughino in fretta e fughe in buono stato.
Le piastrelle artigianali, con le loro micro irregolarità, trattengono qualche goccia in più rispetto a una superficie perfettamente liscia: una spatolina in gomma passata sul vetro e sulle pareti dopo la doccia è il gesto che fa più differenza di qualsiasi prodotto.
I principi da portarsi a casa
- Scegliere invece di comprimere: meglio una doccia ampia e confortevole che una vasca minuscola infilata a forza.
- Lucido sì, ma irregolare: in pochi metri quadri una superficie che scompone la luce è più generosa di una perfettamente planare.
- Luce sul viso, non sul soffitto: applique laterali con diffusore opalino e buona resa cromatica battono qualsiasi plafoniera centrale.
- Un pezzo che non è da bagno: un mobile di recupero porta materia, età e imperfezione dove tutto il resto è industriale.
- Colore concentrato, contorno chiaro: il verde profondo regge perché è circondato da crema, bianco e legno.
- Il vapore si progetta: ventilazione e asciugatura delle superfici sono parte del progetto quanto le piastrelle.
Fonti
- Thorns, P. (2011). EN 12464-1:2011 Light and Lighting – Lighting of Work Places. CIBSE.
- IEA (2011). EN 12464-1:2011 Lighting of work places. International Energy Agency.
- World Health Organization (2009). WHO guidelines for indoor air quality: dampness and mould. WHO.
- ENEA. Illuminazione: tecnologie ed efficienza energetica nelle abitazioni. ENEA, Dipartimento Unità per l’Efficienza Energetica.





