I dieci principi del buon design di Dieter Rams: come sono nati e come usarli su un oggetto che hai in casa

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

La foto non mostra un oggetto: mostra una frase. Grigio medio su grigio chiarissimo, un carattere sans serif dal disegno leggero, interlinea larghissima, testo centrato e una quantità di vuoto che occupa più dell’ottanta per cento dell’inquadratura. In basso, staccata e ancora più chiara, la firma: Dieter Rams. È una grafica che cita il decimo dei dieci principi del buon design di Dieter Rams — less design as possible, meno design possibile — e che nel farlo diventa essa stessa un caso di studio. Perché nel mio lavoro quotidiano vedo questa immagine circolare da anni negli uffici degli studi di progettazione, stampata e appesa come un santino, quasi sempre da persone che l’ultimo punto lo hanno capito al rovescio.

Quella frase non è un manifesto del minimalismo: è un’autocritica

Il primo malinteso è cronologico. I dieci punti non aprono la carriera di Rams: arrivano tardi, quando il capo del design Braun ha già alle spalle vent’anni di apparecchi, giradischi, radioline, ventilatori. Nascono da una domanda che si pone lui stesso, e che nella sostanza è questa: il mio design è ancora buon design? Non è la domanda di un giovane che vuole conquistare il mondo, è quella di un progettista maturo che guarda la quantità di forme, colori e rumori prodotti dall’industria — la sua compresa — e si chiede se tutto quel materiale sia giustificabile. In un testo pubblicato negli anni Ottanta Rams scrive che la vera occasione è tornare alla semplicità, cioè lasciare fuori tutto ciò che non è importante per far emergere ciò che lo è.

Cambia tutto, se lo si legge così. I dieci punti non sono un decalogo estetico da applicare a priori, sono uno strumento di verifica da usare a posteriori, su un oggetto già disegnato. È esattamente il modo in cui li uso io quando faccio revisione di progetto: non come ispirazione, come collaudo.

Meno design possibile non significa poco colore e tanto bianco

Il punto più frainteso è l’ultimo, e la grafica della foto contribuisce al fraintendimento proprio perché è pallida, grigia e vuota. Meno design possibile non parla di temperatura cromatica né di quantità di bianco: parla di numero di decisioni arbitrarie. Ogni scanalatura decorativa, ogni tasto in più, ogni finitura lucida messa lì per fare presenza è una decisione che il progettista impone all’utente e che l’utente dovrà interpretare. Ridurre le decisioni arbitrarie non vuol dire togliere informazione: vuol dire togliere rumore e lasciare i segnali.

La differenza è enorme nella pratica. Un piano cottura con quattro manopole fisiche etichettate ha più materia e più oggetti visibili di uno a sfioramento con un unico display: ma ha meno decisioni arbitrarie, perché la posizione della manopola comunica lo stato dell’apparecchio senza che tu debba leggere nulla. Il primo è più rams del secondo, anche se sembra meno pulito. Un aneddoto che racconto sempre a lezione: ogni tanto qualcuno consegna il progetto finale in forma di foglio bianco e chiama in causa Rams per giustificarsi. È la scorciatoia perfetta, e non funziona: il foglio bianco non ha risolto nessun problema, ha solo evitato di prenderne uno in carico. Rams non ha mai smesso di progettare pulsanti, griglie di altoparlanti, scale graduate. Li ha resi leggibili.

Questo poster passerebbe il suo stesso test?

Ho l’abitudine di applicare i dieci punti anche alle immagini che li celebrano. Sul punto della comprensibilità, la grafica funziona: gerarchia chiara, frase sopra, autore sotto, nessun elemento decorativo. Sul punto dell’onestà è ineccepibile, non finge di essere altro. Ma sul rapporto figura-sfondo la scelta del grigio su grigio è debole: le linee guida internazionali per l’accessibilità dei contenuti fissano per il testo normale un rapporto di contrasto minimo di 4,5 a 1, e un grigio medio su grigio molto chiaro rischia di stare sotto quella soglia, o poco sopra. Chi ha una vista ridotta, o legge lo schermo alla luce del sole, semplicemente non ci arriva. È il tipico caso in cui l’eleganza percepita costa leggibilità: un oggetto sbagliato secondo i criteri di Rams stesso, che metteva la comprensibilità prima dell’effetto.

C’è anche un aspetto più tecnico e meno noto: le norme di ergonomia dell’interazione uomo-sistema descrivono principi come l’adeguatezza al compito, l’auto-descrittività e la controllabilità. Sono, in sostanza, i punti di Rams tradotti in linguaggio normativo. Quando dico che un telecomando è mal progettato non è un giudizio di gusto: è che viola l’auto-descrittività, cioè non dice da sé cosa fa e in che stato si trova.

Ulm dietro Braun: il metodo prima dello stile

Lo stile Braun non nasce nel vuoto. Nasce dal dialogo con la Hochschule für Gestaltung di Ulm, la scuola che tra 1953 e 1968 sposta la formazione del progettista dalla mano all’analisi: metodologia, ergonomia, teoria dei sistemi, semiotica. Da lì arrivano due idee che nella foto non si vedono ma che spiegano tutto quel vuoto: il progetto come sistema e non come pezzo singolo, e la griglia come strumento di ordine. Gli apparecchi Braun di quegli anni sono componibili, impilabili, coordinati fra loro; i mobili disegnati da Rams sono scaffalature modulari che crescono nel tempo. Il vuoto, in quella cultura, non è eleganza: è spazio lasciato libero per l’uso e per l’aggiunta futura.

Il contrappunto italiano: Brionvega, dove i dieci punti sembrano falliti

Negli stessi anni in cui a Kronberg si toglieva, in Italia Marco Zanuso e Richard Sapper progettavano per Brionvega apparecchi che vanno nella direzione opposta: il televisore Doney del 1962, il televisore Algol del 1964 con lo schermo inclinato verso l’alto come un cucciolo che ti guarda, la radio cubica che si apre di scatto e diventa un piccolo scrigno. Sono oggetti scenografici, affettivi, teatrali. Alla lettera dei dieci punti sarebbero contestabili: quel gesto di apertura è puro spettacolo, non serve al suono. E però stanno nelle collezioni permanenti dei grandi musei, e la radio cubo è ancora in produzione a sessant’anni di distanza.

I dieci principi del buon design di Dieter Rams: come sono nati e come usarli su un oggetto che hai in casa

Questa contraddizione è per me la lezione più utile. I dieci principi sono un attrezzo di verifica, non un tribunale del gusto. La scuola tedesca ottimizza l’uso, quella italiana ottimizza il legame: e il legame è un fattore di durata, non un vizio. Chi ama un oggetto lo tiene, lo ripara, lo tramanda. La ricerca sulla longevità dei prodotti chiama questo aspetto durabilità emotiva e lo considera complementare a quella fisica: un prodotto sopravvive se resiste e se qualcuno ha voglia di farlo sopravvivere.

Il test in dieci domande su un oggetto che hai già in mano

Prendi la cosa più banale che hai a portata: telecomando, sveglia, macchina del caffè, tostapane. Poi rispondi a voce alta.

  • Innovazione: risolve qualcosa che dieci anni fa non si poteva risolvere, o aggiunge solo una connessione wifi che non usi?
  • Utilità: quante delle sue funzioni hai usato nell’ultimo mese?
  • Estetica: ti dà fastidio guardarlo quando è spento e fermo sul piano?
  • Comprensibilità: hai dovuto leggere le istruzioni? E qualcun altro in casa ci riesce senza chiederti niente?
  • Discrezione: emette luci, suoni o segnali che non hai chiesto?
  • Onestà: la plastica finge di essere metallo? Le prestazioni promesse dalla forma sono quelle reali?
  • Longevità: fra cinque anni sembrerà vecchio o soltanto usato? È una distinzione decisiva.
  • Coerenza fino al dettaglio: guarda il retro, il cavo, la vite, l’etichetta. Lì si vede se il progetto è stato pensato o solo confezionato.
  • Sostenibilità: si apre? Si pulisce? Si smontano i materiali diversi?
  • Meno design possibile: cosa potresti togliere senza perdere nulla?

Le domande che oggi cambiano davvero la spesa sono la settima e la nona. Quando accompagno qualcuno a scegliere un elettrodomestico non parto dalla scheda tecnica: cerco l’accesso alle parti di consumo — guarnizione, filtro, batteria, cavo — e chiedo se esistono ricambi. La ricerca sulla durabilità di prodotto è chiara nel legare l’estensione della vita utile alla riparabilità progettata a monte, non aggiunta dopo. Un oggetto che costa il trenta per cento in più ma ha la guarnizione sostituibile da chiunque è, semplicemente, più economico.

Cosa resta di quella frase su fondo grigio

Resta un ottimo promemoria e un pessimo alibi. Meno design possibile è la fine di un processo, non l’inizio: si arriva a togliere dopo aver capito, non prima. Il rischio del poster è far credere che la povertà visiva sia una virtù automatica, e ho visto interni interi svuotati in nome di Rams che erano soltanto scomodi: nessun piano d’appoggio, nessuna luce leggibile, nessun interruttore trovabile al buio. La strada onesta è più faticosa: prendere in mano un oggetto vero, farsi le dieci domande, accettare che a volte la risposta giusta somigli a un cubo italiano che si apre di scatto invece che a una superficie bianca senza appigli.

Fonti

Tag:Design di oggetti

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