Villa Marie-Mirande a Bruxelles: la casa che il ceramista trasformò nel suo catalogo

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

In una strada residenziale di Berchem-Sainte-Agathe, periferia nord-ovest di Bruxelles, c’è una facciata che non somiglia a nessun’altra del quartiere. Le case intorno sono in mattone chiaro, sobrie, con qualche ricamo di pietra azzurra sopra le finestre. Al numero 11 di avenue de Selliers de Moranville, invece, il muro è interamente rivestito di piastrelle: fregi floreali, riquadri figurati, teste femminili circondate da fiori stilizzati, lettere in ceramica, cornici, bordure. Non è un vezzo decorativo. È, letteralmente, un campionario. Chi la fece costruire non voleva una bella casa: voleva un cartellone pubblicitario che restasse in piedi per sempre.

Un ceramista che aveva bisogno di mostrare, non di raccontare

L’uomo si chiamava Guillaume Janssens, nato nel 1880 e morto nel 1956. Di mestiere faceva il faïencier, il fabbricante di maioliche e ceramiche d’arte. Nel 1906 aveva aperto il suo atelier lungo la chaussée de Gand, la grande arteria che attraversa Berchem, praticamente a due passi da dove poi avrebbe costruito casa. Quasi contemporaneamente, sulla stessa strada, si era insediata la fabbrica di Célestin Joseph Helman. Quei due laboratori, insieme alla manifattura Vermeren-Coché di Ixelles, si dividevano la stragrande maggioranza delle ceramiche architettoniche prodotte a Bruxelles tra il 1895 e il 1914.

Erano botteghe preindustriali: pochi operai, forni propri, e cataloghi di modelli disegnati da pittori che i clienti sfogliavano per scegliere il pannello da incastonare sopra la porta o sotto il davanzale. Janssens produceva anche via crucis e pannelli religiosi per chiese e cappelle, ma il suo pane quotidiano erano i riquadri Art Nouveau floreali destinati alle facciate delle case borghesi bruxellesi. Il suo motivo prediletto, quello che ritorna come una firma, è la testa di donna avvolta da fiori stilizzati.

Il problema di un mestiere così è che il tuo lavoro finisce sparso per la città, un pannello qui e uno là, spesso senza il tuo nome accanto. Il committente ti trova solo se qualcuno gli dice dove guardare. Nel 1912 Janssens risolse la questione nel modo più diretto possibile: si costruì casa e ci mise sopra tutto quello che sapeva fare.

1912: l’architetto Victor Tinant e un cliente molto invadente

Il progetto è firmato dall’architetto Victor Tinant, e la data che compare negli inventari ufficiali del patrimonio della Regione di Bruxelles-Capitale è il 1912. Va detto subito che le fonti non sono perfettamente allineate: alcune schede indicano il 1913 come anno di riferimento, altre distinguono tra la costruzione, avviata nel 1912, e il completamento del rivestimento ceramico. È una discrepanza di dodici mesi che non cambia la sostanza, ma è giusto segnalarla invece di far finta che ci sia una data sola.

L’impianto è quello, riconoscibilissimo, della casa unifamiliare bruxellese dell’epoca, con una asimmetria dichiarata che è marchio di fabbrica dell’Art Nouveau: campata stretta a sinistra con la porta d’ingresso, campata larga a destra con la grande finestra. La porta è sorprendentemente semplice, sormontata da un arco ribassato i cui conci sono in ceramica, alternati verde e bruno. Al pianterreno, nella campata di destra, si apre una doppia finestra divisa da una colonna in pietra azzurra, la pierre bleue del Belgio, che è il materiale con cui è costruita mezza Bruxelles. Sopra, il volume aggetta sulla strada e cattura la luce da tre lati.

Tinant, insomma, fornì una struttura corretta, ben proporzionata, con qualche eco classica nella composizione. Ma la vera decisione progettuale non è sua. È del committente, che si riservò l’intera superficie del muro.

Janssens posa le piastrelle di persona, con l’operaio Henri Kerrels

Il dettaglio che rende questa casa diversa da un semplice edificio decorato è che le ceramiche non furono ordinate a una ditta: le fabbricò Janssens stesso, con l’aiuto di un suo operaio, Henri Kerrels. Il nome di Kerrels è conservato dalla memoria storica del comune, ed è una piccola giustizia rara: di solito, di chi materialmente cuoce e posa le piastrelle non resta traccia scritta. Qui invece sappiamo che il padrone della fabbrica e il suo operaio lavorarono fianco a fianco su quel muro.

Il criterio compositivo è quello di un catalogo, non quello di un quadro. Ci sono le insegne, cioè le scritte in ceramica; ci sono i pannelli figurati; ci sono i fregi continui; ci sono le bordure, i motivi floreali, i riquadri allegorici. Ogni tipologia che l’atelier Janssens vendeva è presente in facciata, in dimensione reale e nella sua vera collocazione architettonica. Un cliente indeciso non doveva immaginarsi come sarebbe venuta la propria casa: bastava che si fermasse davanti a quella dell’artigiano. Gli storici dell’architettura bruxellese hanno coniato per questo genere di edifici la definizione di façade-affiche, facciata-manifesto. La Villa Marie-Mirande ne è l’esempio più integrale della città.

Per un lettore italiano il paragone più immediato è Casa Galimberti a Milano, in via Malpighi, dove le grandi campiture di piastrelle dipinte trasformano l’edificio in una vetrina della ceramica lombarda. La differenza è che a Berchem l’operazione è ancora più esplicita e più artigianale: non un’impresa che decora un palazzo da reddito, ma un uomo che si autopromuove sulla propria abitazione, mattonella dopo mattonella.

Il nome di una figlia scritto in ceramica

Poi c’è la firma, ed è la parte che mi ha fatto affezionare a questa casa. Janssens non la chiamò con il proprio cognome, come avrebbe fatto qualsiasi imprenditore intenzionato a farsi pubblicità. La battezzò Villa Marie-Mirande, che era il nome di sua figlia, e fece scrivere quel nome in ceramica sulla facciata.

Villa Marie-Mirande a Bruxelles: la casa che il ceramista trasformò nel suo catalogo

È un gesto a doppio fondo, e funziona benissimo proprio per questo. Da un lato è tenerezza domestica, la casa dedicata alla bambina. Dall’altro è marketing sopraffino: quel nome in lettere di maiolica è insieme l’insegna della casa e la dimostrazione che l’atelier sapeva produrre lettering su misura, il servizio che negozi, farmacie e panetterie di tutta Bruxelles compravano continuamente in quegli anni. La cosa più intima dell’edificio è anche la sua voce commerciale. Non conosco molti altri casi in cui affetto e catalogo coincidano così perfettamente.

Poi arriva il 1914 e il mondo che aveva reso possibile quella facciata si spegne

Janssens ebbe pochissimo tempo per godersi il suo cartellone. La stagione d’oro della ceramica architettonica bruxellese si chiude nettamente nel 1914: le fonti che hanno censito la produzione di Helman, Janssens e Vermeren-Coché fissano proprio in quell’anno il termine del periodo aureo. La Grande Guerra interrompe i cantieri, blocca i combustibili per i forni, azzera la clientela borghese che ordinava pannelli floreali sopra i davanzali. E quando il conflitto finisce, il gusto è già cambiato: l’Art Nouveau appare vecchia, si affaccia l’Art Déco, la produzione si industrializza.

Il destino delle due fabbriche di Berchem si divarica. La maison Helman, che era già una realtà industriale con centinaia di operai e medaglie d’oro alle esposizioni universali, riesce a riconvertirsi e attraversa gli anni Venti e Trenta. La bottega artigianale di Janssens, invece, non ritrova mai la dimensione di prima: dopo la guerra le sue opere documentate si diradano, e una delle poche successive, la Villa Wilmotte del 1919 in rue Hogenbos, sempre a Berchem, oggi è ridotta a rudere. Guillaume Janssens vivrà fino al 1956, sopravvivendo di quarant’anni al mercato che lo aveva reso necessario.

Alla fine, la sua fabbrica è scomparsa dalla chaussée de Gand, i suoi cataloghi di carta sono andati dispersi, molti pannelli sono stati staccati o distrutti nelle ristrutturazioni del secondo dopoguerra. È rimasta in piedi l’insegna. Il campionario che aveva murato sulla propria casa è oggi il documento più completo di che cosa sapesse fare il suo atelier.

Cosa si vede oggi, e come arrivarci

L’8 agosto 1988 la Villa Marie-Mirande è stata vincolata come monumento. È l’unica casa tutelata del comune di Berchem-Sainte-Agathe, un dato che dice molto: un municipio periferico, senza il glamour dei quartieri di Horta, conserva come proprio bene più prezioso la vetrina di un artigiano.

La casa è tuttora una residenza privata e non si visita: niente interni, niente aperture programmate ordinarie. Ma non serve entrare, perché tutto quello che conta è fuori, ed è visibile gratuitamente da un marciapiede pubblico, in una strada tranquilla dove non passa quasi nessuno. La si raggiunge comodamente a piedi dalla Basilica del Sacro Cuore di Koekelberg: mezz’ora scarsa di camminata attraverso quartieri di case operaie e borghesi dei primi del Novecento, un percorso che vale la pena in sé perché mostra la Bruxelles ordinaria in cui l’Art Nouveau era un prodotto di serie e non un’eccezione da museo.

Consiglio di guardarla con la luce laterale del pomeriggio, o meglio ancora sotto la pioggia: le smaltature bagnate diventano più profonde, i verdi e i bruni dei conci sopra la porta si accendono, e le teste femminili tra i fiori escono dal muro. E c’è un ultimo dettaglio, involontario, che il committente non aveva previsto. Nei vetri della finestra sporgente si specchia la strada, e con lei chiunque si fermi a fotografare la casa. Cento anni dopo, il cartellone pubblicitario di Guillaume Janssens continua a funzionare, e ti include nell’inquadratura.

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Tag:Art Nouveau

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