Manhattan Municipal Building: la dea dorata e il modello nascosto delle Sette Sorelle di Stalin

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

C’è un punto, all’incrocio fra Centre Street e Chambers Street, dove conviene fermarsi e alzare lo sguardo lentamente, piano per piano. Alla base un colonnato corinzio profondo come il portico di una basilica, in mezzo un arco trionfale sotto cui un tempo passavano le automobili, in alto una selva di torrette e, a centosettantasette metri da terra, una donna dorata in equilibrio su una sfera. È il Manhattan Municipal Building, oggi intitolato a David N. Dinkins: il palazzo degli uffici comunali di New York. Passandoci accanto lo si scambia per uno dei tanti edifici pubblici imponenti del Lower Manhattan. In realtà è uno dei grattacieli più influenti mai costruiti, e la sua discendenza arriva fino al centro di Mosca.

Una città nuova che non sapeva dove mettersi

Nel 1898 accade a New York una cosa che non ha precedenti: cinque entità amministrative distinte — Manhattan, Brooklyn, il Bronx, il Queens e Staten Island — si fondono in un solo comune. In un colpo solo nasce la seconda città del mondo per popolazione, e nasce anche un problema molto prosaico: gli uffici. Il City Hall, elegante gioiello di primo Ottocento affacciato sul suo parco, era stato pensato per una cittadina di centomila abitanti. Ora servivano scrivanie per migliaia di impiegati, archivi, tribunali, sportelli, e servivano tutti nello stesso isolato.

Fra il 1907 e il 1908 la città bandisce un concorso: dodici studi invitati, un lotto stretto e sbilenco a ridosso delle rampe del ponte di Brooklyn, e la richiesta di concentrare lì dentro un intero apparato municipale. Fra gli invitati c’è McKim, Mead & White, lo studio che aveva dato all’America il suo vocabolario classico — la Boston Public Library, la vecchia Pennsylvania Station, la Morgan Library — e che fino a quel momento aveva rifiutato per principio di partecipare ai concorsi. A convincerli è il sindaco George B. McClellan Jr. in persona: partecipate, è una questione civica. I nuovi soci accettano, il progetto lo firma William Mitchell Kendall, e vincono. Per lo studio è il primo grattacielo della sua storia. Non è un dettaglio da poco: significa che il linguaggio dei fori imperiali e del Rinascimento italiano viene per la prima volta arrampicato su una struttura d’acciaio di quaranta piani.

Sulle date le fonti non vanno d’accordo, e vale la pena dirlo: i documenti municipali indicano l’avvio dei lavori nel 1907, altri ricostruiscono l’inizio effettivo del cantiere nel 1909; il completamento è concordemente fissato al 1914. La differenza si spiega con la lunga fase di predisposizione del sito, che qui è stata mezza opera.

Costruire sopra i treni

Il problema di Kendall non era la facciata: era il sottosuolo. Il lotto era attraversato da linee della metropolitana in esercizio e circondato dal traffico che scendeva dal ponte di Brooklyn. La soluzione fu di una spregiudicatezza che ancora oggi sorprende: invece di evitare la ferrovia, il palazzo se la prende in casa. Il Manhattan Municipal Building è il primo edificio al mondo a inglobare una stazione della metropolitana nella propria base — la stazione di Chambers Street — con l’atrio pubblico, le volte in mattonelle di ceramica e le scale che portano ai binari trattate come un pezzo di architettura civile, non come un cunicolo di servizio.

La pianta è una U aperta, scelta pragmatica per portare luce naturale negli uffici in un’epoca senza aria condizionata, ma che ha come effetto secondario un profilo scenografico. Il corpo basso è tenuto insieme da un colonnato continuo, interrotto al centro da un grande arco: il modello dichiarato è l’Arco di Costantino a Roma, e chi ha camminato lungo la Via dei Fori Imperiali riconosce subito il passo. Sotto quell’arco, per anni, è passato davvero il traffico di Chambers Street: la strada attraversava l’edificio.

In cima, il colpo di teatro. Anziché chiudere il grattacielo con una cuspide unica, Kendall impila tre tamburi cilindrici sempre più stretti e li circonda di quattro torrette. Cinque cupole, come i cinque distretti appena uniti. È l’idea che farà scuola: una torre che non finisce, ma si assottiglia per gradi, come una piramide a strati.

La dea in cima e la ragazza di Rochester

Sopra tutto questo, installata nel marzo 1913, sta Civic Fame, la Fama civica, opera dello scultore di origine tedesca Adolph Alexander Weinman. È costruita come la Statua della Libertà: lastre di rame battuto su un’anima cava, montate su un modello in gesso. Sull’altezza, di nuovo, le fonti divergono — le schede municipali parlano di circa sei metri, la letteratura corrente di quasi otto — ma su un punto concordano tutti: è la seconda statua femminile di New York per dimensioni, dopo la Libertà. A piedi nudi su una sfera, tiene nella mano sinistra una corona turrita con cinque merli, ancora i cinque distretti, decorata con delfini a ricordare la vocazione marittima della città; nella destra uno scudo con lo stemma civico e un ramo di alloro.

Il volto è quello di Audrey Munson, nata a Rochester nel 1891. Per una decina d’anni fu la modella più richiesta d’America: posò per America di Daniel Chester French davanti alla dogana di Alexander Hamilton, per le sculture della New York Public Library sulla Quinta Strada, per il colonnato del Manhattan Bridge, per il monumento alla USS Maine a Columbus Circle, e per una quantità impressionante di statue dell’Esposizione Panama-Pacifico del 1915, tanto da guadagnarsi il soprannome di ragazza del Panama-Pacifico. Weinman non confermò mai per iscritto la sua identificazione con Civic Fame, ma nemmeno la smentì quando i giornali la diedero per certa in una celebre serie di articoli del 1921, e la tradizione documentaria la attribuisce a lei.

La seconda parte della storia è quella che nessuno racconta guardando la statua. Dopo il 1920 la carriera di Munson si sgretola: il cinema muto la usa e la scarta, arrivano un tentativo di suicidio nel 1922, deliri di persecuzione, l’invenzione di un titolo nobiliare. Poco dopo i quarant’anni la madre la fa internare al St. Lawrence State Hospital di Ogdensburg, nel nord dello Stato di New York, al confine con il Canada. Ci resterà sessantacinque anni. Per oltre due decenni nessuno andò a trovarla: fu ritrovata da una nipote solo negli anni Ottanta, quando era già oltre i novanta. Morì il 20 febbraio 1996, ultracentenaria, e la sua tomba rimase senza lapide fino al 2016. Nel frattempo, il suo profilo continuava a stare in cima al palazzo del Comune, dorato, guardando l’East River. Poche vite raccontano meglio la distanza fra l’immagine pubblica e la persona.

Manhattan Municipal Building: la dea dorata e il modello nascosto delle Sette Sorelle di Stalin

Da Chambers Street alla Mosca di Stalin

Qui la storia prende una piega che pochi newyorkesi conoscono. Il profilo a gradoni con torrette e cuspide dorata inventato da Kendall diventa un modello replicabile: lo si riconosce nella Terminal Tower di Cleveland, nel Wrigley Building di Chicago, in una serie di edifici pubblici e universitari americani. Ma il salto più lungo lo fa oltreoceano.

Nel 1924 l’architetto sovietico Vjačeslav Oltarževskij viene inviato negli Stati Uniti. Ci resta undici anni, lavora nell’edilizia alta di New York, ne studia le tecnologie e ne riporta a Mosca disegni, calcoli e fotografie. Quando alla fine degli anni Quaranta Stalin decide di dotare la capitale di un anello di torri monumentali — le sette che i moscoviti chiameranno le Sette Sorelle, costruite fra il 1947 e il 1957 — quel materiale è già in circolo nell’ambiente professionale sovietico. La critica russa che si occupa di questi edifici riconosce prototipi newyorkesi piuttosto precisi: il palazzo residenziale di piazza Kudrinskaja richiama la composizione del Municipal Building, il Ministero degli Esteri guarda al Woolworth Building, l’hotel Leningradskaja al palazzo di giustizia federale di Foley Square, cioè al vicino di casa del nostro edificio.

Attenzione però a non semplificare, perché il dibattito è tuttora aperto e onestamente non è chiuso in nessuna delle due direzioni. Gli studiosi russi che hanno riesaminato la questione ricordano che le Sette Sorelle non sono copie: le piante furono ripensate per garantire luce naturale agli ambienti, le strutture irrigidite per ridurre le oscillazioni al vento, e soprattutto il vocabolario decorativo attinge all’architettura russa medievale, ai campanili e alle torri delle fortezze. Un antecedente diretto e tutto sovietico esiste: i padiglioni progettati da Dmitrij Čečulin per l’esposizione agricola del 1939, che anticipano proporzioni e coronamenti delle future torri. La lettura più corretta, credo, è che il Municipal Building abbia fornito il tipo — la torre gradonata coronata da un pinnacolo simbolico — mentre il contenuto stilistico sia stato riscritto in chiave russa. Un po’ come accade in Italia con il Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR: la matrice classica si riconosce, ma il risultato appartiene a un’altra grammatica politica.

Cosa resta oggi

Il palazzo non ha mai smesso di lavorare. È stato il primo edificio della città a essere dichiarato monumento tutelato dalla Landmarks Preservation Commission di New York, il 1° febbraio 1966, con la scheda numero LP-0079: un caso raro di edificio riconosciuto storico appena cinquant’anni dopo la costruzione. Nel 1972 è entrato nel registro nazionale dei luoghi storici. Negli anni Novanta il rame di Civic Fame è stato smontato, restaurato e ridorato, e le murature esterne integralmente ripulite e risarcite. Dal 2001 la Commissione che lo tutela ha i suoi uffici proprio lì dentro. Nel 2015 la città lo ha intitolato a David N. Dinkins, sindaco fra il 1990 e il 1993, primo afroamericano a guidare New York.

Dentro ci sono passate generazioni di storie ordinarie. Per decenni al secondo piano ha avuto sede l’ufficio matrimoni del City Clerk: centinaia di migliaia di newyorkesi si sono sposati qui, in fila con i testimoni e i moduli in mano, prima che il servizio traslocasse a pochi isolati di distanza. E qui è nata, nel 1924, la radio municipale WNYC, che dal grattacielo ha trasmesso per oltre ottant’anni prima di spostarsi nella zona di Varick Street; per lungo tempo l’antenna sul tetto e la stazione radiotelevisiva della città sono state parte dell’identità dell’edificio, oggi ricordate solo da chi ci lavorava.

Si può visitare? In parte. Gli interni sono uffici comunali con controlli di sicurezza all’ingresso, quindi non è un museo, ma l’atrio, il passaggio pedonale sotto l’arco e la stazione di Chambers Street sono spazi pubblici accessibili a chiunque, e valgono la sosta più di molti interni a pagamento: sono il punto esatto in cui un palazzo di governo, una strada e una metropolitana si sono messi d’accordo, cento anni prima che si iniziasse a parlare di mobilità integrata. Il posto migliore per capire l’edificio, però, resta il parco del City Hall al tramonto: da lì la sagoma si stacca contro il cielo per gradi, e la donna dorata in cima smette di essere un ornamento per diventare quello che è sempre stata — il ritratto di una ragazza di Rochester che nessuno andò a trovare.

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Tag:Grattacieli di Chicago

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