Architettura come bene pubblico: la partita si gioca sulla casa

Case popolari, periferie e spazio pubblico: cosa significa oggi il ruolo sociale dell'architettura, tra Piano Casa 2026 e nuove proposte di legge.

Redattrice

Giulia Fabbri racconta edifici, case e luoghi: ha studiato architettura e ha scelto di scriverla invece di progettarla.

Esiste una domanda che accompagna l’architettura da sempre e che torna puntuale ogni volta che il Paese attraversa una fase difficile: a chi serve, esattamente, un progetto? Non è una questione retorica. È la differenza tra un edificio che risolve un problema di qualcuno e un edificio che risolve soltanto un problema di committenza. Nel 2026, in Italia, quella domanda ha smesso di essere un esercizio teorico ed è diventata una questione di politica pubblica, con numeri, scadenze e disegni di legge.

Il ruolo sociale non è beneficenza

Il primo equivoco da smontare è che “architettura sociale” significhi progettare gratis, o progettare per i poveri. Non è così. Il ruolo sociale dell’architettura è una proprietà del mestiere, non una sua specializzazione caritatevole: riguarda il modo in cui un edificio distribuisce luce, aria, silenzio, accesso, privacy e possibilità di incontro tra le persone che lo useranno. Una scuola con corridoi bui e aule sovradimensionate produce effetti sociali tanto quanto una scuola ben orientata e ben proporzionata. Semplicemente, li produce in negativo.

Questo spostamento di sguardo ha una conseguenza pratica. Se l’effetto sociale è inevitabile, allora la qualità del progetto non è un lusso estetico da aggiungere quando il budget lo consente: è la variabile che decide se un investimento pubblico funziona o si trasforma in un costo di manutenzione perpetuo. È esattamente questo il ragionamento che sta entrando, faticosamente, nel linguaggio legislativo italiano.

Una proposta di legge che chiama l’architettura “bene pubblico”

All’inizio del 2026 è approdato in Senato un disegno di legge — il n. 1711, dedicato alla cosiddetta rinascenza urbana — che prova a fare una cosa insolita per la nostra tradizione normativa: riconoscere l’architettura come bene di interesse pubblico, e non solo come esito privato di un permesso a costruire. Tra le misure previste, come ha ricostruito Edilportale, ci sono l’introduzione di una figura di “architetto di città” nei comuni sopra i 30mila abitanti, la creazione di un organismo nazionale dedicato alla qualità architettonica presso il Ministero della Cultura e una quota riservata di incarichi di progettazione sotto soglia europea ai professionisti under 40.

Il testo è una proposta, non una legge, e il suo destino parlamentare è tutto da verificare. Ma il fatto stesso che venga formulato dice qualcosa di rilevante: dopo decenni in cui la qualità del costruito è stata trattata come una preferenza soggettiva, si comincia a considerarla un parametro di salute collettiva, sulla scia di modelli francesi, spagnoli, tedeschi e svizzeri dove la qualità architettonica è da tempo materia di politica pubblica.

Il banco di prova si chiama casa

Se il ruolo sociale dell’architettura va misurato da qualche parte, quel posto oggi è l’abitare. L’Italia arriva a metà decennio con un patrimonio di edilizia residenziale pubblica invecchiato, in parte materialmente inutilizzabile, e con un mercato dell’affitto che nelle città maggiori ha smesso di essere accessibile a chi ha un reddito medio-basso.

Nella primavera del 2026 il Governo ha varato un Piano Casa nazionale che prova a intervenire su questo fronte. Secondo la ricostruzione di Ingenio, il pacchetto muove circa 1,7 miliardi per il recupero dell’edilizia residenziale pubblica, con l’obiettivo dichiarato di rimettere in uso 60mila alloggi oggi inagibili entro dodici mesi e di realizzare oltre 100mila abitazioni in dieci anni, affiancando alle risorse statali un fondo unico per l’housing sociale e un meccanismo che vincola una quota maggioritaria degli alloggi realizzati con capitale privato all’edilizia convenzionata.

Sono numeri interessanti, e sono anche una trappola. Perché il recupero di 60mila alloggi non è un’operazione contabile: è un enorme cantiere diffuso di progettazione ordinaria, fatto di scale comuni, impianti, involucri, spazi di soglia. È il tipo di lavoro che raramente finisce sulle riviste e che decide, molto più di un’opera-icona, la qualità della vita di centinaia di migliaia di persone. Se quel lavoro viene trattato come pura manutenzione tecnica, il risultato sarà un patrimonio riparato ma identico a prima, con gli stessi difetti che lo hanno reso invivibile.

Quello che di solito non funziona

C’è una casistica ricorrente di fallimenti che vale la pena nominare, perché si ripete con impressionante regolarità. Il primo è il progetto-spot: l’intervento puntuale, spesso finanziato da un bando, che rigenera una piazza o un capannone senza alcun piano di gestione successiva. Dopo due anni, la piazza è di nuovo abbandonata, e il fallimento viene attribuito agli abitanti anziché al modello.

Il secondo è la partecipazione dichiarativa: incontri pubblici organizzati a progetto già chiuso, con l’unico scopo di raccogliere consenso. Non è coprogettazione, è comunicazione, e gli abitanti se ne accorgono immediatamente. Il terzo, il più insidioso, è la confusione tra rigenerazione e sostituzione sociale: un quartiere migliora, i valori immobiliari salgono, e chi ci abitava non può più permetterselo. Un intervento che espelle la popolazione che diceva di voler servire ha fallito, per quanto sia fotogenico.

Ne discende un criterio semplice per distinguere le operazioni serie da quelle decorative: chiedersi chi paga la manutenzione tra dieci anni, e chi abiterà lì tra dieci anni. Se non c’è risposta, il progetto sociale non esiste.

Spazio pubblico come infrastruttura

La parte più sottovalutata di questo discorso riguarda ciò che sta tra gli edifici. Marciapiedi, ombra, panchine, fontanelle, illuminazione, distanze percorribili a piedi: elementi di apparente banalità che determinano se una persona anziana esce di casa, se un bambino può andare a scuola da solo, se un quartiere ha una vita serale. In un Paese che invecchia rapidamente e che affronta estati sempre più calde, lo spazio pubblico non è arredo urbano ma infrastruttura sanitaria e sociale.

Le biblioteche di quartiere, i centri civici, gli impianti sportivi di base e le scuole aperte oltre l’orario didattico funzionano secondo la stessa logica: sono i luoghi in cui una comunità si tiene insieme senza dover consumare. Progettarli bene costa poco più che progettarli male; non progettarli affatto costa moltissimo, ma il conto arriva altrove, sotto forma di spesa sanitaria, dispersione scolastica, isolamento.

Un mestiere che si allarga

Questo modo di intendere il progetto sta cambiando anche la composizione di chi lo pratica. La Biennale Architettura 2025 di Venezia, curata da Carlo Ratti sotto il titolo Intelligens. Natural. Artificial. Collective., ha messo in scena precisamente questo: oltre 750 partecipanti tra architetti e ingegneri, ma anche climatologi, matematici, agricoltori, artigiani, scrittori e programmatori. Il messaggio, al netto della spettacolarizzazione tipica delle grandi rassegne, era che nessuna delle sfide contemporanee — clima, energia, disuguaglianza abitativa — è risolvibile dall’interno di una sola disciplina.

Va detto con onestà: le mostre non costruiscono case. Ma segnalano un riposizionamento culturale che ha effetti concreti sulla pratica. L’architetto che serve oggi non è né l’artista solitario né il tecnico esecutore, ma una figura capace di tenere insieme vincoli normativi, risorse limitate, dati ambientali e desideri di chi abiterà. È un ruolo di regia, e la regia è per definizione un lavoro sociale.

La verifica finale

Alla fine, il ruolo sociale dell’architettura si misura con una prova elementare e spietata: gli spazi che abbiamo costruito vengono usati? Da chi? A che ora? Gratuitamente? Se una piazza è vuota alle sette di sera, se un atrio di edilizia pubblica è un corridoio da attraversare in fretta, se una scuola chiude i cancelli alle 14, allora il progetto ha prodotto metri cubi ma non ha prodotto vita collettiva.

È una verifica che non richiede rendering né convegni. Richiede di tornare sul posto qualche anno dopo, e guardare. Su questa abitudine, più che su qualsiasi dichiarazione d’intenti, si gioca la credibilità di un mestiere che continua a dirsi al servizio delle persone.

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