Zvanì su Rai 1 e Leopardi - Il poeta dell'infinito: quale dei due biopic funziona meglio e perché.
Rai 1 ha trasmesso ieri in prima serata Zvanì, il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli interpretato da un brillante e straziante Federico Cesari. Viene da pensare all'ultimo biopic letterario sempre in onda a gennaio, ma dello scorso anno: Leopardi - Il poeta dell'infinito. Due operazioni ambiziose che possono sembrare affini, ma in realtà appaiono lontane anni luce l'una dall'altra. Zvanì dedicato a Giovanni Pascoli è diretto da Giuseppe Piccioni e sorprende per una scelta alquanto controcorrente: evita l'effetto lacrime, la commozione a tutti i costi e il melodramma facile. Punta su climax ricorrenti e non trasforma il dolore in spettacolo, ma lo accompagna rendendolo centrale e non un ricatto emotivo.
Questa è sicuramente la differenza più netta con la miniserie su Leopardi diretta da Sergio Rubini. Qui si percorre una strada diversa: la messa in scena è più passionale e fisica. Il poeta interpretato da Leonardo Maltese arde di desiderio e rabbia. Combatte contro la sua famiglia, la società del tempo e l'immagine stereotipata del poeta fragile e reietto. Una narrazione lineare, quasi didattica, ma un piglio più diretto e moderno che prende forma soprattutto nell'interpretazione e le varie sequenze. Non è obbligatorio stabilire quale dei due si muova meglio, ma constatare che entrambi funzionano a modo loro. Zvanì però lavora per sottrazione: non urla e non insiste, non romanticizza il dolore, ma lo lascia sedimentare. Questa è la cosa che lo rende decisamente più realistico e meno romanzato a tutti i costi.
Zvanì e Leopardi tra pathos e sofferenza
Piccioni costruisce Zvanì come un romanzo familiare spezzato, attraversato da ricordi discontinui, apparizioni, lettere che guardano in macchina. Il viaggio funebre del 1912 diventa una cornice mobile, non un pretesto patetico. La poesia di Pascoli entra in scena come voce viva, non come citazione illustrativa. Nessun compiacimento estetico, nessuna enfasi eccessiva. Il dolore resta, ma non cerca applausi. Leopardi – Il poeta dell'infinito accetta il rischio del pathos e lo governa con mestiere. La sofferenza fisica, l'isolamento, l'amore negato diventano motore narrativo. Il risultato coinvolge, emoziona, colpisce. Ma non ha paura di guidare lo spettatore verso una reazione precisa.

Zvanì, invece, si fida del silenzio e dello spazio vuoto. Non chiede lacrime. Le rende possibili, se arrivano. Ed è proprio qui che Zvanì si rivela meno romanzato e più onesto. Non perché rinunci alla poesia, ma perché non la usa per addolcire la realtà. Racconta Pascoli come un uomo ferito che continua a vivere, non come un'icona da venerare o compatire. Una scelta che spiazza, ma che lascia il segno. Chi ha guardato entrambe le produzioni commenta in queste ore sui social ponendo, inevitabilmente, i due titoli a confronto. Questo è quanto emerge, ma una verità abbraccia ogni commento e riflessione: sono due prodotti ben riusciti, che servono alla televisione di oggi e alle nuove generazioni.
