Disney+ starebbe valutando l’introduzione di un livello di abbonamento completamente gratuito, sostenuto dalla pubblicità: la notizia, riportata da Business Insider, è emersa durante un town hall interno aziendale dello scorso giovedì, il 9 luglio 2026, e nelle ultime ore è stata ripresa da numerosi media internazionali, italiani compresi, in un contesto di crescente pressione competitiva da parte di YouTube e delle piattaforme di streaming gratuito sostenute dalla pubblicità.
Ma se davvero Disney+ dovesse aprire una porta d’accesso gratuita ai propri contenuti, cosa cambierebbe concretamente per chi già paga un abbonamento da 7,99 a 11,99 dollari al mese, o i 6,99 euro del piano Standard con pubblicità in Italia? È qui che si gioca la partita più delicata per il colosso di Burbank, che rischia di ritrovarsi a competere contro se stesso.
Chi ha portato l’idea in Disney, e perché proprio ora
Dietro la proposta non c’è un manager qualunque, ma un uomo che ha passato vent’anni della propria carriera dall’altra parte della barricata. Si tratta di Adam Smith, Chief Product & Technology Officer di Disney Entertainment ed ESPN, arrivato in azienda dopo una lunga esperienza in Google, dove si è occupato di YouTube Music, YouTube Premium e delle strategie di abbonamento della piattaforma video più vista d’America. Secondo quanto ricostruito da Business Insider, è stato lui ad aver sollevato la possibilità di un livello di contenuti gratuiti su Disney+ durante un town hall aziendale giovedì, davanti ai dipendenti riuniti per l’incontro periodico sullo stato della divisione streaming.
Il dettaglio non è marginale: chi ha passato due decenni a costruire i modelli di abbonamento di YouTube conosce meglio di chiunque altro i numeri della piattaforma che oggi sta erodendo terreno a Disney+. E la tempistica dell’intervento, a pochi mesi dal suo insediamento in un ruolo chiave per il prodotto e la tecnologia di Disney Entertainment, non sembra casuale agli osservatori del settore.
Dove eravamo rimasti: solo pochi mesi fa l’ennesimo aumento dei prezzi
Il paradosso salta agli occhi se si guarda al calendario. Appena lo scorso autunno, il 30 settembre 2025, Disney+ aveva alzato per l’ennesima volta i listini. In Italia il piano Standard con pubblicità è passato da 5,99 a 6,99 euro al mese, lo Standard senza pubblicità da 9,99 a 10,99 euro, il Premium da 13,99 a 15,99 euro. Negli Stati Uniti l’aumento è stato altrettanto netto: il pacchetto Disney+/Hulu con pubblicità è salito da 10,99 a 12,99 dollari al mese, mentre la versione con ESPN Select è passata da 16,99 a 19,99 dollari. Il piano Disney+ standalone con pubblicità, da parte sua, è aumentato da 9,99 a 11,99 dollari.
È il terzo rincaro in pochi anni per una piattaforma che, va ricordato, non pubblica più il numero esatto dei propri abbonati come faceva un tempo, rendendo più difficile per il mercato valutare la reale tenuta del servizio. Ora la stessa azienda che ha alzato i prezzi tre volte discute, appena nove mesi dopo l’ultimo rincaro, di regalare contenuti gratis. Un cortocircuito che non sfugge a chi segue da vicino le strategie dello streaming.
Cosa cambierebbe davvero per gli utenti, se il progetto si concretizzasse
Le fonti concordano su un punto fermo: non si parlerebbe in alcun modo di rendere gratis l’intera piattaforma, ma di offrire l’accesso libero a una selezione circoscritta di titoli. Le ipotesi circolate finora riguardano due strade alternative. La prima è un modello che si potrebbe definire di assaggio gratuito: si potrebbero guardare senza costi le prime stagioni o gli episodi pilota di alcune serie, per poi far scattare il paywall a chi vuole proseguire la visione. La seconda ipotesi è la creazione di canali FAST, cioè gratuiti e disponibili 24 ore su 24, sul modello di un ipotetico canale dedicato ai classici Disney d’archivio, quelli meno richiesti dal pubblico pagante.
Il nodo che gli analisti individuano è delicato: un tier gratuito troppo generoso rischierebbe di rendere superfluo il piano con pubblicità già esistente, che negli Stati Uniti costa tra 7,99 e 11,99 dollari al mese. È una tensione che altri servizi non hanno mai dovuto gestire, semplicemente perché i loro livelli gratuiti sono nati fin dall’inizio alla base di listini molto più semplici, senza dover convivere con un piano a pagamento già posizionato sulla fascia più economica.
Quanto pesa davvero la concorrenza gratuita che spinge Disney a muoversi
I numeri che circolano tra gli addetti ai lavori spiegano bene l’urgenza del ragionamento interno a Disney. Secondo i dati di Nielsen citati dalle fonti, lo streaming gratuito sostenuto dalla pubblicità ha rappresentato il 18,7% dei consumi TV negli Stati Uniti nell’aprile 2026, in aumento rispetto al 16,8% dello stesso mese del 2025 e al 12,7% dell’aprile 2024. In due anni, insomma, la fetta di torta occupata dai servizi gratuiti come YouTube, Tubi e Pluto TV è cresciuta di sei punti percentuali pieni.
E YouTube, da solo, non è un concorrente qualsiasi: secondo il Media Distributor Gauge di Nielsen relativo ad aprile 2026, la piattaforma di Google ha raggiunto una quota del 13,4% dell’intero tempo di visione televisiva americano, confermandosi la piattaforma di streaming leader assoluta, davanti sia a Disney, fermo al 10,3%, sia a Netflix. Un sorpasso che dura ormai da mesi e che segna uno spartiacque nel modo in cui gli americani guardano la televisione.
Chi altro nello streaming ci ha già provato: Disney arriva in ritardo
Se Disney+ dovesse davvero imboccare questa strada, non sarebbe certo la prima piattaforma a farlo. Apple TV+ e Paramount+ offrono già episodi gratuiti di alcune serie anche a chi non è abbonato, come forma di assaggio per attirare nuovi utenti verso il catalogo completo. Ma è sul fronte del gratuito puro che la concorrenza è più agguerrita: Tubi, Pluto TV e The Roku Channel hanno costruito interi bacini di utenti su un’offerta interamente gratuita, sottraendo tempo di visione proprio ai servizi in abbonamento come Disney+.
Disney+ arriverebbe quindi in un mercato già maturo, dove i modelli di ingresso gratuito sono stati testati e affinati da anni da concorrenti diretti. La domanda che si pongono gli analisti è se la Casa di Topolino riuscirà a inserirsi con un’offerta capace di competere, oppure se il tentativo resterà un esperimento di nicchia.
Perché nessuno in Disney conferma né smentisce, e cosa significa questo silenzio
Un elemento colpisce più di altri in questa vicenda: il modo cauto, quasi accennato, con cui Adam Smith ha sollevato l’argomento. Secondo la ricostruzione di Business Insider, il dirigente non ha condiviso alcuna tempistica per l’iniziativa né un’idea chiara della sua portata. Disney, dal canto suo, non ha rilasciato alcun commento pubblico sulla vicenda, né confermando né smentendo l’esistenza di queste discussioni interne.
Questo silenzio, secondo chi analizza le dinamiche aziendali dei grandi gruppi media, è tutt’altro che casuale: le aziende che fanno emergere pubblicamente l’idea di un livello gratuito durante una riunione interna tendono, nel giro di pochi trimestri, o ad annunciarla ufficialmente con tanto di dettagli su contenuti e tempistiche, oppure ad abbandonarla in modo altrettanto esplicito quando i conti economici non tornano. Per ora, quindi, quella di Disney+ resta una discussione in fase esplorativa, il cui esito dipenderà dai numeri che l’azienda dovrà mettere a confronto: quanto vale, in termini pubblicitari, un utente gratuito rispetto a quanto rende oggi un abbonato che paga 6,99 euro al mese in Italia o quasi 12 dollari negli Stati Uniti.
Fonti
- Disney+ (2026). Disney+ plans and prices.
- Nielsen (2026). Sports and Dramas Drive April Viewing Patterns in Nielsen’s Latest Gauge Reports.
