Napoli statua Pulcinella

Quale futuro per la città storica?

Diego Zoppi

n.2 settembre/ottobre 2018

La città storica italiana è oggi oggetto di processi diversi e contraddittori. Di fronte ai nuovi valori dell’industria turistica e alla volontà di salvaguardare le specificità locali, si rendono necessarie e urgenti delle nuove politiche urbane

Una città viva, abitata e usata, è il miglior museo di se stessa – Tommaso Giura Longo (architetto, artefice del risanamento dei Sassi di Matera)

Dopo una stagione di crescita che sembrava non finire mai, è arrivato il momento in cui le città italiane non crescono più. Forse per la pesante eredità di quanto realizzato nel XX secolo, forse per la crisi del mattone legata alle vicende demografiche ed economiche, forse per le nuove sensibilità ambientali, forse per la burocrazia, o forse per tutte queste cause insieme, nel prossimo futuro, sembra che la città sarà, nelle dimensioni, essenzialmente la città esistente. 

Le singole comunità cittadine ereditano comunque un corpus costruito che, indipendentemente dall’epoca di realizzazione, già oggi risulta obsoleto rispetto alle nuove strutture sociali che si prefigurano e che sottendono la necessità di un ‘ecosistema umano’ in forte evoluzione, basato su involucri, infrastrutture, spazi relazionali inediti rispetto agli attuali e ben diversi da quelli del recente passato. Trasformare la città esistente sarà sempre più il focus del nostro lavoro e sempre più ci dovremo confrontare con un nuovo approccio, ormai etichettato come ‘rigenerazione urbana’, termine abusato nelle riflessioni teoriche, molto meno in termini pratici.

Cosa differenzia la rigenerazione urbana dalle prassi di pianificazione o progettazione urbana fin qui usate? La differenza sta nell’affrontare la ‘cura’ dei manufatti (nuovi o esistenti, da trasformare o restaurare) non più con i soli strumenti dell’architettura e dell’ingegneria ma inserendo un potente e scomodo – poiché difficile da approcciare – ingrediente: le persone. Quelle persone che creano comunità, dotate di identità e specificità.  Parlare di specificità in epoca di globale può sembrare inappropriato, ma scambi sociali, mix culturali ed economia globale non sono antitetiche, al contrario, contribuiscono dinamicamente a mantenere ogni città un unicum che si rappresenta simbolicamente con i propri luoghi iconici, i riti collettivi, i modi di vita delle singole comunità, sempre unici e in perenne mutamento; anche se a noi appaiono sempre uguali a se stessi. La logica della globalizzazione paradossalmente rende ancor più prezioso tutto ciò che è locale e specifico proprio in quanto non replicabile e necessario alla caratterizzazione di una realtà altrimenti omologata. Focalizzando quindi l’azione sulla gestione e l’evoluzione della città esistente, l’attenzione va dunque al suo cuore, a quella parte storica dove sono custodite l’identità, la simbologia e le radici della cultura di ciascun luogo urbano.

Ne nasce la scoperta che ciò che tradizionalmente era identificato come centro, contrapposto alla periferia, presenta oggi aspetti assai variegati, contraddittori, e per certi versi assai simili a quelli delle stesse aree periferiche. Le parti storiche della città, osannate come elemento identitario culturale, hanno perso molta della residenzialità tradizionale, sostituita spesso da gentrificazione, da residenza temporanea e turistica, mentre le attività commerciali ‘storiche’ sono state soppiantate da quelle connesse alle nuove utenze. In altri casi, all’opposto, le parti storiche sono diventate appannaggio delle classi più umili, degli ultimi arrivati. Sembra che i punti in comune delle parti storiche siano logiche estremizzate, in un senso o nell’altro.

Nella seconda parte del XX secolo, l’azione delle amministrazioni e della cultura architettonica, si era rivolta al ‘risanamento’ dei centri storici partendo dalla peculiarità delle parti antiche delle città, ovvero l’evidente vetustà del patrimonio edilizio e monumentale. Nel tempo dunque si sono elaborate filosofie e tecniche di restauro tese a coniugare attenzione alla testimonianza storica e stabilità delle componenti edilizie nel patrimonio architettonico. Quella stagione – che sfornò molteplici strumenti, allora innovativi, quali piani di recupero, piani del colore, programmi di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territorio – si concluse alla fine del XX secolo quando i fondi ex Gescal furono stornati dalla loro originaria funzione a supporto di politiche per la casa e ricondotti alla fiscalità ordinaria.

La prassi del ‘riuso’ applicata a partire dagli anni Ottanta alle grandi strutture dei centri storici, ci consegna oggi una realtà in cui molte opere monumentali sono state sottratte all’abbandono o al sottoutilizzo e sono state trasformate in centri culturali multifunzione o altro; nonostante ciò rimane ancora molto da fare sul fronte della valorizzazione del patrimonio culturale e monumentale e della diffusa perdita di funzioni dei grandi edifici, o complessi immobiliari (patrimoni pubblici, ecclesiastici, manifatture, servizi urbani).

Non molto è stato fatto infine, in termini organizzati e strategici, da piani a regia pubblica, molto invece si è lasciato alla singola iniziativa dei privati che hanno restaurato e ristrutturato le singole unità immobiliari. Quest’azione ‘dal basso’, da un lato ha contrastato il degrado, dall’altro non è riuscita quasi mai in un’opera di valorizzazione strategica urbana. L’importante e delicato patrimonio storico e architettonico italiano ha mantenuto in generale le sue fragilità, evidenti laddove prevale l’abbandono o dove la domanda turistica è meno robusta, come testimoniano le conseguenze dei vari eventi sismici dell’Italia centrale. Un patrimonio che invece, solo se più diffusamente mantenuto con attenzione, potrà svolgere una funzione di catalizzatore culturale ed economico, ed essere correttamente fruito e tramandato alle generazioni future.

Dall’epoca della Carta di Gubbio è assodato il legame tra centro storico e paesaggio circostante, meno assodata è invece la relazione tra centro storico e città contemporanea circostante.

Nonostante il variegato panorama giuridico regionale, occorre ricordare che a tutt’oggi vige la Legge 1150/1942 che, per tutelare e salvaguardare le parti storiche da manomissioni, recintava e recinta le aree storiche all’interno dei perimetri di zona omogenea di tipo ‘A’, atteggiamento meramente classificatorio e mirato alla sostanziale conservazione, non necessariamente accompagnata da strategie e azioni indirizzate a coinvolgere le parti storiche nei circuiti vitali che investono le parti più dinamiche delle città. L’atteggiamento vincolistico si dimostra non sufficiente, soprattutto riguardo la gestione dei cambiamenti immateriali, oggi pienamente riconosciuti anche a livello giuridico dall’urbanistica contemporanea1, che si ripercuotono sulla fisicità dei luoghi storici e su quella parte più preziosa della loro natura che è rappresentata dalla varietà e dall’autenticità della vita sociale che la città storica deve sottendere. 

Se è vero che l’urbanistica, intesa alla luce della giurisprudenza contemporanea, non mira solo allo sviluppo del territorio nella sua accezione più propriamente materiale, ma ha il compito di mettere in connessione il patrimonio culturale (sia nei suoi aspetti materiali sia immateriali), nell’ottica del suo sviluppo la città e il suo territorio non devono essere quindi viste come realtà statiche, musealizzando il territorio. Il compito dell’urbanistica è anche quello di sviluppare e valorizzare i tratti immateriali di un territorio, che rappresentano la sua ulteriore ricchezza.

La pianificazione specifica tradizionale non ha saputo fin qui mettere a fuoco né la rapidità dei mutamenti né i cambiamenti relazionali tra le parti storiche della città e quelle circostanti, e difficilmente tiene conto delle possibili iniziative che possono nascere dal basso, ma segue, di fatto, un rigoroso processo dall’alto al basso. 

Occorre allora ricercare un approccio che non si limiti a soluzioni vincolistiche e a percorsi di mera conservazione; occorre porre in campo, per i centri storici, politiche urbane ad ampio raggio che rispondano alle specifiche e mutevoli azioni sociali, alle logiche economiche e naturalmente salvaguardino gli aspetti storico culturali per garantire loro una piena appartenenza alle città o ai territori di cui sono emblema. 

Mettere a sistema la necessaria integrazione delle diverse politiche urbane che impattano sui territori e degli strumenti, è anche il senso dell’Agenda Urbana, documento di policy di larga massima di cui tutti i governi europei si sono dotati e che in Italia stenta a decollare. 

L’Agenda Urbana individua, nella Cultura e nel Turismo i principali driver di sviluppo, binomio che trova nei centri storici il naturale e privilegiato campo di applicazione e sperimentazione. La cultura (anche quella immateriale come l’enogastronomica, letteraria, rituale, ecc.) produce sviluppo come frutto di un processo collettivo, afferma un sistema di preferenze e convincimenti condivisi, influenza i comportamenti sociali, deriva dalla storia di una straordinaria creatività, ha prodotto un patrimonio di beni culturali, ma anche di tradizioni artigianali, scienza, produzioni, contesti ambientali antropomorfizzati: da qui la necessità di salvaguardare il nostro patrimonio ma anche di valorizzarlo in maniera innovativa per farlo diventare cardine di quella produzione culturale e creativa che è oggi il punto di origine delle catene del valore contemporanee. 

Una città può sviluppare pratiche di pianificazione razionali ed efficaci, ma, se i suoi spazi mancano di vita e di energia, i potenziali residenti e in molti casi persino gli investitori finiranno per scegliere città più attraenti e seduttive, anche se più problematiche di fatto. 

Dove è presente la capacità di produrre e di assorbire contenuti che ‘fanno presa’ ci sono sviluppo, dinamismo innovativo, percezione di qualità della vita, filiere culturali e creative. Occorre dunque attrezzarsi ri-attivando quelle realtà sociali, certamente per riequilibrare la nostra capacità di spesa tra salvaguardia e sviluppo, ma anche per riuscire a intercettare, oltre alle risorse dei fondi strutturali destinate la nostro Paese, quelle che la Commissione Europea pone a bando su programmi specifici: è il caso del programma Creative Europe, che ha a oggi una previsione di spesa stabile (forse in leggera crescita) nel budget comunitario; ma anche di Horizon 2020, che finanzia la creatività applicata nel settore delle nuove tecnologie. 

È allora necessario un approccio alla città storica che sappia riconoscere non solo la sua componente materiale, ma anche quella immateriale. Si è così correttamente evidenziato che una città e un territorio non sono solo espressivi di valori materiali quali la cattedrale, le piazze, una collina di particolare pregio estetico, ma anche di valori immateriali espressivi di un dato luogo. Si pensi al valore assunto dalla cucina delle varie regioni e dalla ricchezza delle tradizioni artigiane; al valore degli antichi caffè o dei negozi tradizionali, delle manifestazioni e dei riti della tradizione; al valore della lentezza del vivere, insomma a tutto ciò che sottende la vita che si svolge in determinati luoghi. Analogo discorso può essere fatto per le città d’arte, che vivono delle manifestazioni organizzate per valorizzarne il patrimonio o del valore assunto dai grandi eventi, quali per esempio quelli riferiti alle Capitali italiane ed europee della cultura, o ancora per i siti Unesco, il cui successo è ormai associato a costruzioni del ‘brand’ territoriale (mirato principalmente allo sviluppo delle politiche turistiche).

Le sfide che ora ci aspettano sono quindi diverse. Appaiono legate a condizioni storiche in cui si manifestano forti dissidi tra valori globali (come quelli imposti dall’industria turistica dominante) e valori che si annidano e affiorano nella specificità dei luoghi. 

È una conflittualità inevitabile, con opposti e pericolosi risultati: la perdita della specificità dei luoghi o la rinuncia alle dinamiche economiche e sociali mondiali: con questa conflittualità dovrà misurarsi la formazione umanistica, prima che tecnica degli architetti.

1. Consiglio di Stato, IV sezione 10 maggio 2012 n. 2710: l’urbanistica mira allo sviluppo del territorio  “che tenga conto delle potenzialità edificatorie dei suoli, sia di valori ambientali e paesaggistici, sia di esigenze di tutela della salute e quindi della vita salubre degli abitanti, sia delle esigenze economico sociali della comunità radicata sul territorio, sia, in definitiva, del modello di sviluppo che si intende imprimere ai luoghi stessi, in considerazione della loro storia, tradizione, ubicazione e di una riflessione de futuro sulla propria essenza, svolta – per autorappresentazione ed autodeterminazione – dalla comunità medesima”.

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Diego Zoppi
Nato a La Spezia nel 1960, si laurea nel 1987. Eletto Consigliere nell’Ordine degli Architetti di Genova nel 2005, ne ricopre la carica di Presidente dal 2015.
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