Palermo centro storico antico

Piccolo è sempre bello?

Ezio Micelli

n.5 settembre/ottobre 2019

Per i grandi operatori internazionali, l’Italia ha due città: Milano e Roma. Tutto il resto è semplicemente invisibile agli occhi di chi muove le grandi quantità di denaro destinate alle trasformazioni urbane.

Il tessuto urbano diffuso italiano ha avuto un ruolo indiscusso fino alla fine del XX secolo, poi globalizzazione, delocalizzazione, connessione (o disconnessione) con luoghi di innovazione hanno cambiato gli equilibri e dal 2007 (inizio della crisi finanziaria) in poi nella provincia italiana inizia un decadimento, testimoniato da un indicatore per tutti: i giovani, per primi, cominciano a disdegnare le università di provincia e con esse l’indotto che ne consegue. I giovani per primi, non credono nel futuro delle piccole città e questo è un indice importante della difficoltà di attrattività di questi territori.

Oggi, con l’eccezione di Milano e Bolzano (che hanno logiche particolari) le macroaree che meglio resistono alla crisi del paese sono i territori innervati dalla A4 (Mi-Ve) dalla A1 (Mi-Bo) dalla A22 (Mo-Brennero). Cos’hanno questi territori rispetto alla restante parte della Penisola? Sono connessi da infrastrutture efficienti, hanno capacità di servizi di eccellenza messi a fattor comune, hanno un solido apparato produttivo e buona qualità dell’ambiente di vita offerto.

Da questo deriva una prima acquisizione di utili informazioni sugli ingredienti necessari per l’attrattività dei territori: la capacità di connettersi e lavorare in sinergia con un sistema allargato.

Il nuovo sistema economico necessita di ‘scala’ e di ‘varietà’.
Cosa accade laddove questi ingredienti mancano? I territori arrancano nel tentativo di correre dietro a modelli vincenti, ma senza riuscirvi, con due possibili soluzioni per chi vive in quelle aree:
-spostarsi dai territori ‘perdenti’ verso aree più promettenti;
-rimanere sui territori, per i vincoli che ognuno ha (famiglia, casa, attività) ma pagare un prezzo in termini di riduzione di fiducia nel futuro. Il successo di fenomeni quali Brexit o dei movimenti politici populisti spiega questo giocare la propria vita in difesa con scarse prospettive future.

Esiste una scuola di pensiero che ha uno dei suoi centri nella London School of Economics: essa sostiene che dobbiamo accettare queste nuove geografie dei luoghi. È un pensiero che laicamente riconosce alla storia la capacità di trasformazioni ineluttabili e colloca in questo solco gli imminenti abbandoni dei territori meno interessanti a fronte della crescita dei Centri Urbani ‘vincenti’ ritenendo che i valori identitari e culturali cresciuti insieme alla storia di quei luoghi non possano cambiare il corso degli eventi. People don’t matter, money does è lo slogan di questo modello, aggressivo, culturalmente poco attraente, ma certamente suadente.

Dal punto di vista della cura e gestione dei nostri territori, è più interessante (ma più difficile) cercare di far evolvere l’organizzazione di quei territori, oggi deboli, verso modelli che meglio sappiano rapportarsi con le richieste del mondo attuale e del futuro prossimo: come già richiamato, città senza ‘massa critica’ possono competere se ben connesse e correlate con altre, in modo da usufruire di un’organizzazione territoriale che metta a sistema le potenzialità, le singole eccellenze, la varietà dell’offerta.

È un modello sperimentato in Olanda dove Rotterdam, Utrecht, Den Haag, si sono dotate di un sistema di trasporto regionale per cui 30 minuti rappresentano il tempo massimo necessario a collegare un luogo all’altro. Il limite dei 30 minuti è utilizzato poiché è il tempo massimo degli spostamenti ‘agevoli’ interni a una città. Spostarsi in quel tempo tra una città e un’altra permette di percepirle come un unicum, pur mantenendo le singole specificità e autonomie gestionali.

Un modello simile è quello del cosiddetto Research Triangle Park (Usa) costituito dal complesso di tre Università (North Carolina State University, Duke University, University of North Carolina) che hanno costituito uno dei più estesi (e importanti) parchi scientifici americani connettendosi e mettendosi a sistema.

Per concludere queste brevi riflessioni, le parole chiave potrebbero essere: connessione, cultura, strategia allargata.

Ezio Micelli
Ezio Micelli
È professore ordinario di Estimo presso l’università IUAV di Venezia e fa ricerca su temi economico-finanziari e sul partenariato pubblico-privato.
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