A+M2A capannoni ad Arzignano

Una maniera di lavorare

Testo di A+M2A

n.2 settembre/ottobre 2018

I giovanissimi architetti Alessandra Rampazzo e Marcello Galiotto, fondatori dello studio A+M2A con già all’attivo un considerevole numero di progetti, ci parlano di una loro maniera di lavorare che fa di ogni singola occasione un momento di ricerca più ampio, teso a una sperimentazione continua con un sapiente utilizzo di modelli di studio. Pubblichiamo di seguito alcune delle loro prime realizzazioni.

Sebbene ogni progetto abbia la propria personale storia, nel nostro lavoro ricerchiamo una continuità, di pensiero, ancor più che formale. Cerchiamo altresì una lettura in cui siano stratificate le riflessioni teoriche sulla conformazione dello spazio e della volumetria; questioni che si ripetono, ogni volta con le dovute variazioni. Sebbene nel corso del lavoro il processo non sia lineare e univoco, esso segue due direttrici fondamentali: la costruzione di un background – un bagaglio culturale nel quale si intrecciano modelli, riferimenti, parole, contributi mutuati da altre discipline – e di uno specifico programma funzionale. Questo avviene anzitutto durante il concorso, in quanto strumento essenziale di ricerca, nel quale crediamo molto. Questo offre infatti degli spunti sempre interessanti per la sperimentazione, in tempi più immediati rispetto alla professione. La costruzione della storia del concorso è per noi anche momento di analisi; stabilisce una rottura e una successiva ricomposizione del bando stesso. Tendiamo a mantenere un atteggiamento critico nei confronti delle richieste e a capire cosa vi stia alla base: valutiamo il tema, il programma, il contesto, e in seguito lavoriamo al progetto nella sua specificità.

Più volte, dopo un’analisi dei dati e del programma, abbiamo deciso di spostare il lotto d’intervento, ottenendo peraltro un premio. Il progetto terzo classificato (tra circa mille candidati) nel concorso per il complesso governativo di Chandigarh ne è un interessante esempio: si chiedeva un progetto a compimento del masterplan di Le Corbusier indicando un’area a nostro avviso sconfacente. Certo non potevamo vincere, data la critica così eloquente al bando. E ancora, siamo stati recentemente chiamati a dare una personale interpretazione su Eusapia, una delle città invisibili di Calvino, che possiede una duplice realtà: una città dei vivi e una dei morti. La richiesta per l’allestimento era un modello di base 20 x 20 cm. La nostra formella in cemento definiva dunque, nella sua parte liscia e rettificata, la città dei vivi, una città perfettamente costruita, e nella faccia inferiore la città dei morti, costruita per sottrazione come fosse una cava. Calvino tuttavia prosegue descrivendo l’interazione tra le due città. Decidiamo dunque che il progetto stia proprio nel momento della rottura del limite tra le due realtà; il sistema si è rivelato nel processo di rottura: dalla sospensione alla caduta a terra. Se la richiesta iniziale era un modello, la riflessione ci ha spinti a mettere a fuoco che il momento migliore per esprimere le parole di Calvino è stato proprio quando abbiamo fotografato il modello cadere e rompersi. Ciò che proponiamo di volta in volta è il risultato di un approccio critico nei confronti della richiesta della committenza. Questo lo facciamo non con il timore di sprecare energie o di perdere l’occasione di un possibile migliore risultato, bensì con l’idea di apporre un nuovo tassello nella complessa operazione di costruzione di una identità. Per noi il progetto è il risultato di un ‘fare’ che cerca un equilibrio tra ciò che abbiamo appreso durante gli anni della nostra formazione universitaria e l’esperienza al fianco di architetti quali Massimo Carmassi e Sou Fujimoto.

Dalla scuola di Carmassi deriva la grande attenzione per la tradizione quale modello principe da cui attingere e che vede nello stretto rapporto tra struttura e costruzione la vera essenza del progetto, che si concretizza nell’espressività sincera dei materiali, nonché nel dettaglio. L’esperienza in Giappone ci ha arricchiti riguardo l’aspetto operativo che ha a che fare con il lavoro sulle opzioni, sulle possibili soluzioni da vagliare.

La fase operativa, che è lunga e complessa, ci spinge a ragionare anche sulla materia e in questo ci ha guidati la tecnica per la realizzazione di modelli in gesso, appresa nel corso di Renato Rizzi durante il primo anno all’Università Iuav. Nonostante la scelta successiva di utilizzare un materiale diverso, il cemento, il nostro lavoro deve molto a questa iniziale impostazione. I nostri modelli, in quanto parte integrante del processo architettonico – non nascono con lo scopo di essere presentati quali prodotti finali – e restano dunque ‘work in progress’, vale a dire che vi permane un’apertura nei confronti delle evoluzioni del progetto, che ritorna in momenti successivi seguendo un processo virtuoso ed estetico, fino al suo completamento. Il lavoro su un progetto può durare a lungo, infiniti possono essere i processi di critica e di verifica delle soluzioni già proposte, così quando abbiamo scardinato i primi tentativi di elaborazione teorica attraverso la pratica, decidiamo di fare un passo indietro e di ricominciare. A questo punto ha inizio la confezione finale del progetto per la sua presentazione: una parte che non amiamo includere come fondante il processo, ma che in realtà è importante nel nostro lavoro. Grazie alla collaborazione con Francesca Vinci, fotografa e architetto, cerchiamo la più adatta rappresentazione dei modelli, quasi fossero già delle piccole architetture. Contestualmente il disegno acquista una sua autonomia, anch’esso strumento tradizionale del fare architettura, fondamentale tanto quanto il modello. La volontà è di limitare l’uso delle rappresentazioni prospettiche (render) – oggi invece molto in voga – che mimano una realtà spesso non coerente con il progetto. I modelli sono in scala e richiedono una tale precisione che si ripercuote sulla concezione stessa della struttura e dello spazio. Amiamo il ‘fare’, il fare con le mani, e il costruire l’architettura fisicamente: un buon modello costituisce un aiuto, un piccolo indizio per un’architettura più complessa. La costruzione teorica del background da un lato e l’atto pratico dall’altro si compenetrano e procedono l’una a sostegno dell’altro. Per principio non ripetiamo mai una soluzione già utilizzata, non copiamo un progetto per spostarlo in un sito differente solo per semplificare alcuni passaggi; ogni volta cerchiamo di definire un sistema che sia propedeutico alla costruzione del progetto successivo a partire da un atteggiamento critico verso il precedente. Tale modo di procedere ci porta a sperimentare materiali diversi ma pur sempre ‘veri’, così che ogni progetto acquisisce una storia nuova senza però perdere il legame con i precedenti. Il legno multistrato, per esempio, è stato protagonista di quattro nostri progetti di interni, ma utilizzato in altrettante diverse essenze e di conseguenza con diversa tipologia del dettaglio. Così, con piccoli passi, il progetto si è evoluto, portando con sé il tormento di una nuova sperimentazione. Pensiamo che sia proprio questa ‘sofferenza’ la spinta che ci permetterà di migliorare.

A volte abbiamo fatto scelte troppo avventate e abbiamo perso concorsi importanti, in altri casi abbiamo perso anche delle commesse: ciò nonostante pensiamo che questo processo critico costituisca assolutamente il fondamento del nostro lavoro. Nonostante la forma non sia l’obiettivo della nostra ricerca, è possibile che i risultati similari possano essere ricondotti alla nostra formazione e a quell’idea di una riconoscibilità in rapporto con la tradizione, di un archetipo che pone le sue radici nella storia, nell’origine e nella geometria. Cerchiamo dunque quelle forme stratificate nel background delle persone o, comunque, dell’architettura. Fino a oggi l’esperienza di cantiere è per lo più legata al mondo del restauro e del recupero del patrimonio edilizio, forse tra le principali occasioni presenti nelle nostre città, soprattutto a Venezia, dove si trova il nostro studio dal 2012. In queste circostanze abbiamo potuto sperimentare in autonomia la lezione di Carmassi, in particolare l’importanza e la cura del dettaglio, non solo nel disegno, non solo nel farsi del progetto, ma soprattutto nel momento della sua realizzazione. I nostri interventi a Venezia, soprattutto residenziali, sono legati a questa formazione. Questi sono stati, di fatto, la prima occasione di prova nei confronti di un mondo che non avevamo avuto modo di conoscere prima: essere a contatto con gli artigiani, con chi lavora in cantiere, dà una consapevolezza diversa. Pensiamo che la strada da fare per noi sia ancora lunga. Ci sono già degli ottimi intenti ma la vera sfida è cercare di annullare lo iato tra la ricerca condotta attraverso la partecipazione ai concorsi, il rapporto – mai interrotto – con l’università e il lavoro più concreto della realizzazione.

Il testo è tratto da una conversazione tra Marcello Galiotto, Alessandra Rampazzo e la redazione de l’architetto

Crediti
Oggetto
1882 Concept Store
Progetto
A+M2A
Localizzazione
Arzignano (VI), Italia
Fase di progetto
2015-2016
Committente
Privato
Impresa
Co.Sma Costruzioni Smania
Dimensioni
Superficie 1.300 mq
Oggetto
Casa Veronica
Progetto
A+M2A
Localizzazione
Venezia, Italia
Fase di progetto
2012-2018
Committente
Privato
Impresa
Impresa Edile Rampazzo Aurelio
Dimensioni
Superficie 830 mq
A+M2A capannoni ad Arzignano
A+M2A La città dei modelli
A+M2A vista notturna riqualificazione Arzignano
A+M2A planimetria Arzignano
A+M2A strutture metalliche Arzignano
A+M2A bancone metallico Arzignano
A+M2A pianta interna Arzignano
A+M2A strutture metalliche Arzignano
A+M2A veduta interna Arzignano
A+M2A ingresso Casa Veronica Venezia
A+M2A veduta interni Casa Veronica Venezia
A+M2A veduta interni Casa Veronica Venezia
A+M2A veduta interni Casa Veronica Venezia
A+M2A assometria Casa Veronica Venezia
A+M2A assometria Casa Veronica Venezia
A+M2A scala Casa Veronica Venezia