Facciata via dei Cerchi

Fondazione Alda Fendi-Esperimenti, Jean Nouvel

Testo di Alda Fendi

n.2 settembre/ottobre 2018

La Fondazione Alda Fendi – Esperimenti, grazie alla mano poetica di Jean Nouvel, dà vita a un esperimento tra conservazione e innovazione, arte e spettacolo, passato archeologico e tecnologia attuale. Nella convinzione che solamente investendo in un’arte accessibile a tutti si possano aprire le porte della conoscenza del futuro e del cambiamento’ – Alda Fendi

La storia della mia Fondazione è iniziata in una maniera molto semplice, quando abbiamo capito che la globalizzazione non avrebbe portato niente di buono al mondo. E, purtroppo, così è stato. Allora, nel 2001, sebbene molto a malincuore perché amavamo profondamente il nostro lavoro, abbiamo deciso di vendere le nostre quote. Abbiamo sempre investito nel bello; questo è un atteggiamento dovuto all’insegnamento di nostra madre, la quale ci ripeteva quotidianamente come non si dovesse mai pensare al guadagno facile e immediato, ma piuttosto investire nel futuro. Ha così formato cinque donne che hanno sempre fatto tutto pensando al risultato finale. È anche grazie al suo insegnamento che abbiamo avuto successo nel mondo della moda, dove l’immagine Fendi si è affermata con forza e con una propria autonomia che, ancora oggi, è riconosciuta a livello internazionale.

Dunque, a partire dal 2001, mi sono trovata a fare quello che volevo fare fin da ragazza: occuparmi d’arte. Da subito abbiamo deciso di dare vita alla Fondazione Alda Fendi-Esperimenti, senza alcun scopo di lucro e dove ci siamo imposte, sin dall’inizio, di non lasciare spazio alla banalità.

La Fondazione è stata creata con l’idea che duri 120 anni, immaginando che con essa, per cinque generazioni, ci si possa occupare di arte. La cosa più importante è stata per me di aver trovato, in questo progetto, l’accordo e il supporto della mia famiglia, anche perché abbiamo investito un capitale appartenente a tutti. Ma sono convinta di lasciare alle mie figlie e ai miei nipoti una grande eredità. Il mio desiderio, anzi il mio sogno, è quello di costruire una staffetta che da me passerà a Giovanna e Alessia – innamorate dell’arte, del teatro, del cinema, della musica, della poesia – e poi ai nipoti, che già adesso hanno tutti una forte sensibilità rispetto a questo argomento. Quando si respira a casa una certa aria, penso che poi ti rimanga dentro. Ho sempre detto loro che lavorare vicino agli artisti e con gli artisti è un dono che loro fanno a noi, dandoci la grande possibilità di arricchire la nostra anima. Partendo da questo principio, qualsiasi sarà l’attività alla quale si dedicheranno nella loro vita, sanno che uno spazio dovranno dedicarlo sempre all’arte.

Abbiamo cominciato questa avventura con i lavori di ristrutturazione del nostro primo spazio che affaccia sul Foro di Traiano: Silos, simile a un ‘contenitore di grano’ dove mettere le idee da raccogliere e trasformare, per poi germogliare. Durante il cantiere sono emerse ampie porzioni della pavimentazione della Basilica Ulpia e gli scavi archeologici, finanziati per intero dalla Fondazione, sono andati avanti per tre anni. È stata un’impresa non facile, ma non c’è cosa più bella a Roma che veder affiorare dalle sue viscere vestigia del passato. È stato questo l’inizio della mia nuova attività, e mi ritengo molto fortunata ad aver avuto un inizio di questo tipo. Mi sono impegnata tantissimo, con la mia solita determinazione, anzi la mia caparbietà, che forse è un difetto ma quando devi fare le cose alla fine magari diventa un pregio. Quello che era la semplice realizzazione di uno spazio espositivo, diventò uno straordinario ‘cantiere-esperimento’, un momento di conoscenza rivolto alla città tutta. Oggi i reperti della più importante basilica romana sono rimasti in situ, negli spazi interrati della galleria, creando una bella contaminazione tra arte antica e arte moderna. Poco dopo, abbiamo cominciato a lavorare con il teatro, e gli esperimenti teatrali hanno riempito undici anni di gesti, luce, segni, musica, concetti. Abbiamo pensato che Raffaele Curi fosse la persona adatta per essere il nostro direttore, ma lui si è rivelato ben presto molto di più: autore, regista e altro ancora. È una persona che definisco ‘visionaria’, che non ama pensare in maniera convenzionale, e su questo ci siamo sempre trovati d’accordo. Questo teatro multimediale, molto all’avanguardia, è stato importante al punto che Sapienza Università di Roma, in una pubblicazione meravigliosa – Circolarità. Percorsi tra le performance di Raffaele Curi – ne ha raccontato tutti gli spettacoli. Questi ultimi piacevano a tutti e, di solito, nei giorni successivi ci chiamavano per sapere cosa significasse una cosa o un’altra, perché non abbiamo mai voluto dare troppe spiegazioni prima. L’interesse per questi spettacoli, estremamente innovativi, è cresciuto di anno in anno e abbiamo pensato che un lavoro così importante non potesse essere solo per Roma, ma che dovesse appartenere al mondo. Da quel momento è nata quindi la necessità di creare una sede internazionale capace di riverberare, in maniera altissima, la nostra attività culturale. Stando a Roma, la scelta del luogo è caduta subito sul Foro Romano che amo molto perché proprio qui è nata la città, in questo territorio sorgono i principali santuari, avvenivano commerci di ogni genere e scambi culturali, mentre nella nostra contemporaneità quest’area è stata completamente abbandonata. I politici si erano dimenticati per anni dell’esistenza dell’arco di Giano e di questo palazzo che abbiamo nominato Rhinoceros, animale con una potente componente simbolica.

Ho immaginato che questo spazio potesse essere quello giusto e che Jean Nouvel fosse la persona più adatta a ripensarlo e riprogettarlo, essendo lui un architetto con una sensibilità che oserei definire poetica, con grande capacità di rapportarsi a culture diverse, un vero cosmopolita. Io ancora non lo conoscevo, mi sono innamorata del suo lavoro quando ho visto a Bergamo il Kilometro Rosso, un’architettura molto forte. Abbiamo parlato a lungo con Jean su cosa fosse questo luogo e cosa sarebbe dovuto e potuto diventare, tenendo conto anche del contesto. Ho espresso a Jean il motivo di questo palazzo in cui volevo ricreare un po’ l’atmosfera dei passages parigini di Walter Benjamin, cioè costruire una piccola città dentro una città. Un luogo dove la gente potesse dormire, mangiare o semplicemente stare; vivere circondati dai monumenti e dove la nostra attività fatta di musica, cinema, teatro, arte contemporanea potesse svolgersi. Non abbiamo una tematica specifica sulla quale ci muoviamo: ci interessa tutto quello che è l’arte nella vita, nel quotidiano e tutto quello che succede nello stato civile di un Paese.

Poche persone sarebbero potute andare avanti con determinazione nel fare questo progetto e resistere. Ogni mattina, con la mia assistente, cominciavo a lavorare pensando di dover risolvere tre o quattro cose, ma nella giornata se ne aggiungevano altre dieci. Delle cose assurde, perché anche fare un regalo in questo Paese diventa una difficoltà enorme, c’è una burocrazia talmente complessa che quasi non te lo permette. Penso che la situazione sia realmente drammatica. Ma ho sempre detto “oggi lo risolviamo” e alla fine siamo riusciti a dare un senso al palazzo, sebbene con molta fatica.

Devo dire che in questa storia Jean è stato un compagno di strada e un architetto preziosissimo, molto bravo. Ha recuperato un palazzo storico con sei piani dedicati all’arte dove il concetto di ‘esperimento’ trova il suo spazio ideale di ricerca – tra arte e spettacolo, tra passato archeologico e tecnologia attuale – vissuto da chi percorre la galleria della Fondazione fino ad arrivare alle terrazze con una veduta a 360 gradi su Roma. È stato soprattutto un lavoro sugli interni e Jean ha lavorato partendo da ogni crepa nel muro, da ogni tipologia di finestra, da ogni materiale riportato in luce. Ha completamente reinterpretato i volumi e le luci modificando la massa statica dell’edificio con scorci inattesi, nuove strutture metalliche, scale e percorsi nuovi e un arredamento molto forte, una sorta di mobilio-muro inserito negli appartamenti. I moduli dei bagni e delle cucine in acciaio inox sono delle piccole architetture dalle dimensioni domestiche: una casa dentro la casa.

Ci sono ventiquattro appartamenti di varie dimensioni, dai 40 ai 100 mq, dove le persone amanti dell’arte possono abitare e ammirare per una settimana, un mese o un anno, le vestigia dei monumenti di Roma e contemporaneamente partecipare al tipo di esperimento che la Fondazione propone. L’arte è fuori e dentro il palazzo. Volevamo che il mondo si accorgesse di quello che fa la Fondazione e questo sta succedendo: in questi giorni tutti gli appartamenti ospitano persone straniere che vivono intensamente questa nuova esperienza e saranno loro i nostri migliori ambasciatori nel mondo. Jean dice che ogni finestra è una domanda e dietro a ogni cosa c’è una storia incredibile. Ci si sofferma, e non si può proseguire verso un’altra finestra finché non si capisce che cosa si sta vedendo, perché qui si vive immersi tra i monumenti più grandi del mondo. È bellissima l’idea di Jean di conservare la storia del palazzo e lasciare a vista le tracce trovate, come le porzioni di pavimento, le parti di rivestimento murale o d’intonaco, alle quali, con il tempo, chi abiterà negli appartamenti aggiungerà la propria traccia in modo del tutto naturale, in continuità con la storia del palazzo.

È proprio da questo luogo e da un nuovo modo di fare arte che osiamo, che cerchiamo di dare una scossa alla cultura. Vorrei essere la messaggera di un tipo di cultura non standardizzata, basata su cose vere, sul ‘fare’ e non sul commercio. Il commercio ha distrutto l’arte contemporanea che, troppo spesso, è ormai soltanto un fatto di guadagno. Non si riesce più a capire la realtà delle cose. L’arte non deve essere assolutamente una fonte di guadagno, altrimenti non si può definire tale; l’arte si deve mettere a disposizione di tutti, ricchi e poveri. In fondo penso che il percorso che la Fondazione può compiere nel futuro sia quello di rinegoziare la mia appartenenza alla città e l’appartenenza della città a me; a noi. Solo un lavoro serio e libero – come lo è quello della Fondazione Alda Fendi-Esperimenti – ambisce ad appartenere a Roma e vorrei trasmettere tutto questo ai giovani, per un futuro migliore. Questa mia piccola iniziativa è veramente un granello di sabbia, però è un dono che voglio dare a tutti, soprattutto in un momento in cui il mondo è fatto di due categorie: la gente molto ricca e la gente che invece non può mettere a fuoco il proprio futuro. Abbiamo il dovere di attivarci affinché un cambiamento possa succedere. Bisogna investire nell’arte, perché la cultura di un paese è paragonabile alla democrazia e solo così si regala tanto a tutti. Un po’ della propria ricchezza bisogna metterla a disposizione delle persone, facendo questi doni. Mi rendono felice.

Le tante cose fatte a Roma – dal restauro dell’abside orientale della Basilica Ulpia agli undici spettacoli teatrali con ingresso gratuito, a questa nuova iniziativa dell’illuminazione permanente dell’arco di Giano a opera di Vittorio e Francesca Storaro – sono azioni necessarie, oggi.

Cosa succederà in futuro? Abbiamo firmato un accordo di collaborazione con il Museo Ermitage di San Pietroburgo e da dicembre avremo ospite per tre mesi la celebre scultura di Michelangelo l’Adolescente. Ammirare un’opera di Michelangelo nella cornice creata da Jean e con rimandi diretti sull’antichità di Roma sarà un’esperienza unica al mondo. Ecco, è questa la mia concezione di arte: tutto ciò che esprime una cultura innovativa e riesce ad aprire le porte della conoscenza del futuro, senza avere paura di andare oltre, di scardinare la consuetudine.

Il testo è tratto da una conversazione tra Alda Fendi e Nicola Di Battista, Roma, settembre 2018

Crediti
Oggetto
Fondazione Alda Fendi – Esperimenti
Localizzazione
Roma, Italia
Progetto
Jean Nouvel – Ateliers Jean Nouvel
Gruppo di progetto
Aurélien Coulanges, Alessandro Carbone, Livia Tani, Angela Bello, Michela Fresiello, Kristian Sullivan, Benjamin Alcover, Mizuho Kishi, Eugénie Robert, Natalie Saccu De Franchi, Vatsan Takham, Floriane Abello, Sabrina Letourneur, Filippo Francescangeli, Ernesto Mistretta, Hyojin Seong, Alessandro Imbriaco
Ingegneri
Studio Croci & Associati STI ENGINEERING Srl
Consulenze
J&A Consultans, Arch. Valeria Casella, Ing. Stabia, Viabizzuno Srl, Arch. Alessandro Stella, Salvatore Barrano, Roberto Menichelli, Tervi S.r.l.
Costruzione
Ing. Antonino Papasergio, RC Costruzioni, Devoto Design, Viabizzuno Srl
Superficie
3800 m²
Fase di progetto e costruzione
2012-2018
Facciata via dei Cerchi
Veduta aerea del colle Palatino
Dettaglio edificio via del Velabro
Prospetto prospiciente l’arco di Giano
Prospetto lungo via dei Cerchi
Spazio antistante Fondazione Alda Fendi
Facciata lungo via dei Cerchi
Spazi espositivi al piano terra
Spazi espositivi al piano terra Fondazione Alda Fendi
Spazi espositivi al piano terra Fondazione Alda Fendi
Nuovo corpo scala Fondazione Alda Fendi
Galleria primo piano Fondazione Alda Fendi
Corte interna Fondazione Alda Fendi
Corte interna Fondazione Alda Fendi
Nuova scala Fondazione Alda Fendi
Nuova scala Fondazione Alda Fendi
Ristorante Fondazione Alda Fendi
Maioliche Fondazione Alda Fendi
Pianta terzo piano Fondazione Alda Fendi
Pianta piano terra Fondazione Alda Fendi
Sezione Fondazione Alda Fendi
Sezione Fondazione Alda Fendi
Rooms of Rome Fondazione Alda Fendi
Rooms of Rome Fondazione Alda Fendi
Rooms of Rome Fondazione Alda Fendi
Pianta alloggio Fondazione Alda Fendi
Veduta appartamento Fondazione Alda Fendi
Veduta appartamento Fondazione Alda Fendi
Dettaglio appartamento Fondazione Alda Fendi
Zona notte appartamento Fondazione Alda Fendi