Paesaggio João Nunes

Condannati al paesaggio

n.5 settembre/ottobre 2019

Di fronte alla complessa e continua trasformazione de mondo attuale, il noto paesaggista portoghese espone un proprio punto di vista sull’architettura del paesaggio con un forte e appassionato manifesto. Ridurre sempre più la linea di confine tra Naturale e Culturale è l’obiettivo principale che l’autore pone al proprio lavoro di studioso e progettista

Per la prima volta nella Storia dell’Uomo, in questi ultimi anni si parla trasversalmente di Paesaggio. La parola Paesaggio ha via via assunto significati e declinazioni spesso abusivi, forti del fatto che la difesa dell’integrità del concetto è affidata a un insieme indeterminato e aperto di discipline, che ne danno interpretazioni molto distanti da una cultura recente rappresentata socialmente, nella sua dimensione operativa e produttiva, da una disciplina discreta e tollerante, con una credibilità epistemologica e scientifica insignificante. La disciplina, sia per un rifiuto naturale all’imposizione di idee, sia per lo scarso accesso a mezzi di affermazione riconosciuti dalla comunità scientifica (giustamente blindata), è incapace di affermare il suo punto di vista come l’unico valido e di creare quindi un riferimento inequivocabile.
Così all’improvviso tutti parlano di Paesaggio con l’autorità e la convinzione di specialisti e come se il concetto avesse fatto parte da sempre dei loro personali processi di studio e ricerca, estendendo la rete di malintesi a una dimensione da record.
Paesaggio è un concetto complesso, si riferisce a un aspetto straordinario della realtà che riguarda la continua trasformazione del Mondo e, all’interno di questa trasformazione, alla dimensione sempre più significativa dei segni corrispondenti ai processi di antropizzazione e al modo in cui questi segni si fondono con i segni risultanti da processi non antropici, contribuendo a rendere sempre più impercettibile e imprecisa la posizione e la consistenza della linea di confine tra Naturale e Culturale.
Al contrario di ciò che è diventato luogo comune, Paesaggio non è un concetto vago. È un concetto preciso seppure complesso, rispetto al quale (con la tolleranza tipica di una disciplina nuova) è diventato abituale ammettere come possibile una valanga continua di approssimazioni equivoche, frutto di incomprensioni, o semplicemente errate, risultato, spesso, di visioni molto ristrette del Mondo e dei suoi processi costruttivi.
L’Architettura del Paesaggio è una disciplina che studia il Paesaggio e ne propone il disegno attraverso l’uso di strumenti molto diversi, ma tutti corrispondenti metodologicamente alla categoria del Progetto. È, chiaramente, un’Architettura, una disciplina che ha a che vedere con la costruzione del nostro habitat attraverso un pensiero progettuale che organizza una pratica costruttiva, seguendo, tuttavia, alcune metodologie specifiche che risultano dal concetto stesso di Paesaggio.
Questo significa che lo studio del Paesaggio interessa alla disciplina come punto di partenza per proporne la trasformazione orientata, attraverso Progetti, azioni concrete di trasformazione, enunciati causa-effetto; ciò ne distingue l’approccio rispetto a quello di tutte le altre discipline che, pur rivolgendo il proprio interesse allo stesso gruppo di attori e relazioni, hanno invece obiettivi metodologici di constatazione, rappresentazione e registro; o rispetto a tutte quelle che si interessano allo studio di temi parziali del sistema di relazioni che determina, alla fine, il grande metabolismo, il grande funzionamento che imprime l’immagine del Mondo.
D’altra parte, e simmetricamente, il Progetto di Paesaggio (intrinsecamente privo di standard e tipologie, fondato su Archetipi che si dissociano dalla Forma per configurarsi attorno a Idee di Relazionamento) ha senso solo se costruito a partire dallo studio del Paesaggio stesso, dalla profonda conoscenza del passato e presente dei luoghi da trasformare, dalla lettura inequivocabile del funzionamento dei metabolismi pulsanti nei luoghi di intervento, dalla comprensione lucida della condizione esistente.
Le questioni strumentali del Progetto di Paesaggio sono basilari, dal momento che l’Architettura del Paesaggio si serve di strumenti provenienti da universi di pensiero molto diversi da quelli normalmente associati alle metodologie dell’Architettura, in particolare rispetto alle questioni della misura (e dello standard) e del processo di produzione dell’artefatto.
Gli artefatti prodotti dagli strumenti dedicati all’architettura convenzionale (che produce costruzioni stabili nel tempo) sono il risultato di progetti dominati da uno standard che li precede nel processo concettuale: un bagno, per quanto libero e straordinario possa essere il processo creativo che lo ha generato, ubbidirà sempre a standard fissi di carattere dimensionale e funzionale, fondati sulla misura del corpo umano e sullo svolgimento delle sue funzioni; la capanna di un pastore di montagna del XV sec., costruzione architettonica elementare, corrisponde al riconoscimento di una dimensione, quella del corpo stesso, come unità base dello spazio architettonico, come se la costruzione fosse una copertura protettiva del corpo con un materiale più resistente.
Se, nella sofisticazione della contemporaneità, estendiamo l’idea di corpo a tutto l’insieme dei diversi ‘corpi sociali collettivi’ (scuola, teatro, cinema, ospedale, etc), risultanti dall’organizzazione elaborata delle nostre comunità, comprendiamo con chiarezza che ciò che dà vita ai corrispondenti pensieri progettuali è la stessa relazione con uno standard che determina lo sviluppo successivo di strati protettivi o di strati che permettono il miglioramento di determinate caratteristiche (per esempio catturare la luce, filtrandola o escludendola, costruire condizioni percettive visive o acustiche speciali, etc).
Questi stessi artefatti sono inoltre prodotti da un processo di ‘costruzione’ (lo stesso usato nella produzione di tanti altri prodotti contemporanei) che presuppone l’assemblaggio di materiali o unità costruttive più semplici, prima dispersi in punti diversi dello spazio, in un processo di produzione di energia crescente a partire dallo zero.
Anche il progetto di Paesaggio ha a che vedere con questo universo strumentale, ma, per la specificità dei problemi che affronta, usa, allo stesso tempo e nella maggior parte dei casi, prevalentemente strumenti provenienti da un universo concettuale completamente differente.
Da un lato, l’unità di misura del suo lavoro non è il corpo umano, quanto piuttosto la misura del metabolismo con cui il progetto dialoga: le dighe di un fiume non sono progettate a partire dalla misura dell’Uomo (che potrà tuttavia sorgere come complemento funzionale molto secondario), quanto piuttosto dalle specifiche dimensionali del fiume con cui il progetto interagisce – le variazioni di flusso tra periodi di secca e di piena, le probabilità di piena, la velocità dei flussi per ogni caudale, l’aspettativa o meno di carichi materiali importanti; il sistema di terrazzamenti che si impianta su una montagna non si regge sulla misura dell’Uomo (sebbene il buon senso ne tenga conto nella configurazione finale dei terrazzi), quanto piuttosto sulla pendenza del monte, sulla stabilità dei suoi versanti, sulla capacità di costruire muri di supporto e accumulare suolo; nei processi di drenaggio dei suoli paludosi per la produzione di terreno coltivabile (operazione ritenuta buona per millenni) i parametri dimensionali avevano a che vedere con quote altimetriche, distanze orizzontali da superare, metodi di sollevamento delle acque drenate e con la composizione stessa del terreno.
Questi sono i dati di misurazione e implicano non la ricerca o la scelta di un modello preesistente, ma lo studio profondo del metabolismo il cui funzionamento si cerca di modificare. Allo stesso modo, i processi di produzione degli artefatti risultanti non corrispondono a processi di fabbricazione.
In qualsiasi esempio di costruzione del paesaggio che potremmo citare non esiste un grado zero, quanto piuttosto una condizione iniziale, una situazione preesistente al progetto, uno stato anteriore che si interpreta e che viene preso come condizione di partenza per una riconfigurazione pensata in funzione di un determinato fine (la protezione dalle piene, la creazione di suolo produttivo per l’agricoltura) per poter soddisfare una necessità della comunità umana.
Il processo di produzione degli artefatti nell’Architettura del Paesaggio è, di fatto, la Domesticazione, un processo che richiede un modo di pensare molto differente da quello della fabbricazione, che condanna il processo progettuale a una relazione di assoluta dipendenza rispetto alla sua esistenza e, di conseguenza, alla sua rappresentazione.
Una parte preponderante delle trasformazioni che in ogni momento determinano i segni del Mondo e, così, disegnano continuamente il Paesaggio, corrisponde a processi non antropici e a processi antropici non controllati attraverso processi di carattere progettuale; ma una parte altrettanto significativa corrisponde a una pratica che determina, attraverso processi coscienti, alcuni dei quali corrisponderanno in minima parte a progetti di autore, la trasformazione in una tettonica intenzionale e guidata.
Ma il fatto che i processi di costruzione del Paesaggio (e i presupposti della sua Architettura) siano differenti dai processi di produzione degli edifici (soprattutto per quanto riguarda la possibilità di isolare e identificare un autore-protagonista del processo) non allontana i processi tettonici del Paesaggio dall’idea di Architettura solo perché non dà importanza ai temi legati alla cultura progettuale associata e a tutto il folclore legato al Culto dell’Immagine, all’Idolatria del Personaggio e al Delirio Editoriale.
Se per un attimo ritorniamo al concetto di Paesaggio, ricordando quanto detto sulle distinzioni che determinano la condizione identitaria nell’ambito strumentale e metodologico della disciplina, l’Architettura del Paesaggio si presenta come un territorio di ricerca letteralmente vergine e come un tema di lavoro importante, dal momento che è impossibile il lavoro progettuale in Paesaggio, sia esso critico o propositivo, senza una coscienza di tale identità e specificità.
Il paesaggio costituisce l’insieme sedimentato delle tracce lasciate sul territorio dal continuo processo di trasformazione del Mondo, condotto dai più diversi agenti di trasformazione – dalle comunità umane ai processi evolutivi geomorfologici di un paesaggio primordiale.
È immediata la percezione che il primo valore del Paesaggio risieda nel costituirsi come registro di questi stessi processi, per quanto questo registro ci permette di conoscere del passato dei luoghi, dell’etimologia dei luoghi e delle comunità e, in fondo, di noi stessi, perché il Paesaggio è anche il ritratto delle comunità che lo hanno prodotto e descrive con obiettiva – e a volte impietosa – chiarezza i loro valori, i loro sogni, la loro capacità di realizzarli, la loro capacità di pensare e costruire il futuro.
Il Paesaggio, in quanto ambito di conoscenza, ricerca e sperimentazione, prende le distanze da considerazioni di carattere visivo e cosmetico, lasciando invece spazio a una concezione sintetica di un processo di trasformazione che descrive i luoghi nella loro essenza e, attraverso questa lettura e questo enunciato descrittivo conclusivo, determina le condizioni di base perché successivamente la trasformazione possa concretizzarsi, perché un’Architettura come frutto di pensiero e azione possa avere luogo.
In altre parole, nonostante ciò che ci spinge al progetto sia la futile motivazione di un’alterazione di immagine (il passaggio da uno stato di ‘brutto’ ad uno stato di ‘bello’, ammesso che tali categorie possano corrispondere a qualcosa di consistente), il meccanismo progettuale riesce ad agire sull’immagine solo attraverso un processo operativo che intervenga sui metabolismi il cui funzionamento produce l’immagine stessa.
Tuttavia, ci interessa riportare che le motivazioni che determinano e animano il Progetto di Paesaggio hanno spesso molto a che vedere con questioni legate alla necessità di ridisegnare un nuovo equilibrio, in seguito ad alterazioni funzionali sostanziali che richiedono a loro volta alterazioni sostanziali di capacità di carico.
In maniera molto riassuntiva, davanti a un’intenzione di trasformazione funzionale di un Luogo, il progetto propone le trasformazioni necessarie all’interno dei sistemi presenti (topografia, idrologia, suolo, vegetazione, mobilità, relazione con gli abitanti) perché la trasformazione funzionale possa procedere senza implicare una perdita di Produttività o Diversità.
Il Progetto di Paesaggio è uno strumento di conciliazione tra obiettivi di trasformazione e obiettivi di conservazione (per esempio, di valori importanti, come Diversità e Produttività) che contribuisce a rendere possibile il rifiuto di un modello del Mondo fondato sul riconoscimento di territori sacrificali dove tutto è permesso, in cambio della creazione di territori di protezione e di conservazione da cui l’Uomo è escluso; il Progetto di Paesaggio, al contrario, offre la possibilità di disegno di un Mondo come territorio della convivenza e dell’unione.
Paesaggio è, allora, un’Architettura, dal momento che scaturisce da una critica anticonformista rispetto al nostro costante confronto con la Natura, da un implicito desiderio di correggere gli aspetti della Natura che condizionano la nostra sopravvivenza, il nostro comfort, la nostra sicurezza; questo atteggiamento determina una serie di processi tettonici che trasformano il Mondo per far sì che vi possiamo sopravvivere, per far sì che riusciamo a vivere in questa Natura imperfetta come nostro habitat.
Paesaggio è un’Architettura anche in quanto costruzione continua di Artefatti, accumulatisi nel tempo per sovrapposizione successiva nella costruzione di un edificio dalle fondamenta tanto antiche quanto l’Uomo stesso; un edificio a volte confuso con la Natura stessa, per malintesi dovuti alla difficoltà (nella morale contemporanea dominante) di riconoscere nella Natura l’imperfezione, o alla difficoltà di stabilire la posizione di una frontiera tra Natura e Artificio, a causa della condizione intrinseca di Edificio-Paesaggio.
In entrambe le dimensioni, comunque, tale Architettura è prevalentemente anonima e collettiva, derivante da idee che vanno oltre la dimensione del progetto isolato e singolare per trovare le sue ragioni in aspetti fondativi della comunità stessa, in idee di miglioramento per il bene comune, vantaggiose rispetto ad altre comunità con cui gli Umani, volenti o nolenti, hanno condiviso i loro territori di vita.
La costruzione del paesaggio è geneticamente legata all’idea e alla pratica della Domesticazione, della lenta ma radicale trasformazione degli esseri viventi (piante e animali) in funzione della convenienza e del vantaggio per la comunità umana. Si tratta di una pratica associata all’esistenza stessa dell’Uomo come specie e come cultura.
Siamo legati alla continua costruzione del Paesaggio anche attraverso il più insignificante gesto della nostra quotidianità, condannati a imprimere continuamente i nostri passi sul mondo
Non possiamo abdicare dal paesaggio, perché rinunciare a qualsiasi considerazione volontaria sul modo di costruire il Paesaggio che ci circonda costituisce già di per sé una volontà sufficiente a costruire Paesaggio.
Come Penelopi al contrario, siamo spinti continuamente a tessere la tela su cui viviamo, frutto implicito delle nostre vite.

Paesaggio João Nunes
Paesaggio João Nunes
Paesaggio João Nunes
Paesaggio João Nunes
Paesaggio João Nunes
Paesaggio João Nunes