Olgiati Biennale Venezia

Biennale di Venezia 2018

Testo di Jacques Lucan

n.1 luglio/agosto 2018

La Biennale di architettura di Venezia si conferma l’evento più importante al mondo per quanto riguarda l’arte del costruire. La quantità di opere esposte e l’enorme flusso di visitatori raccontano, ancora una volta, questo successo italiano.  Alla 16. Mostra Internazionale di Architettura, Freespace, diretta da Yvonne Farrell e Shelley McNamara, dedichiamo a partire da questo numero più approfondimenti, per sapere cosa, in giro per il mondo, succede nella disciplina dell’architettura. Iniziamo con il noto storico francese Jacques Lucan, al quale abbiamo chiesto di visitare, per noi, la Mostra.

‘Freespace rappresenta la generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda, concentrando l’attenzione sulla qualità stessa dello spazio’. Questo è l’inizio del Manifesto di Yvonne Farrell e Shelley McNamara, curatrici della 16. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.

‘Generosità di spirito’, ‘senso di umanità’, ‘qualità stessa dello spazio’: è quindi la ricerca di queste qualità ad aver guidato le scelte delle due curatrici di una mostra che intende promuovere una sorta di nuovo ‘umanesimo architettonico’. Scelte che Yvonne Farrell e Shelley McNamara illustrano nel loro Manifesto, ma anche al riguardo di ciascun architetto o artista presente in mostra, cosa che consente spesso di precisare i loro intenti, cioè di comprendere le idee o l’ideologia sottesa alla mostra.

Fin dal padiglione centrale viene proposto a meeting with remarkable buildings, ‘l’incontro con edifici degni di nota’: una collezione di costruzioni di Rogelio Salmona, Alejandro de la Sota, Jean Renaudie, Angelo Mangiarotti, Jean Prouvé, Auguste Perret, Luis Barragán e altri, per la maggior parte rappresentanti di quella che, in tempi recenti, sarebbe stata definita ‘l’altra modernità’. Più oltre, nella sua ricerca sull’architettura milanese, Cino Zucchi ci svela tutti gli aspetti del complesso realizzato in corso Italia, a Milano, da Luigi Caccia Dominioni. Più oltre, ancora tre edifici sacri dello svedese Sigurd Lewerentz che sono oggetto di una particolareggiata presentazione. Infine si dà cura a Carlo Scarpa, anch’egli ‘moderno alternativo’, se mai ve ne furono, di esporre i progetti per Venezia dei maestri Frank Lloyd Wright, Le Corbusier, Isamu Noguchi e Louis I. Kahn: Robert McCarter ripropone gli elementi della mostra Quattro progetti per Venezia che Scarpa realizzò nel 1972. Indubbiamente queste scelte contribuiscono alla creazione di un contesto che viene ulteriormente confermato da una visita alle Corderie dell’Arsenale. Questo contesto è contrassegnato, in generale, dal ritrarsi da due aree d’interesse, se non addirittura dalla loro cancellazione. Da un lato si cancella l’interesse per gli sviluppi contemporanei degli strumenti digitali e il loro influsso, o le loro conseguenze, sulla produzione dell’architettura: nessuna inquietudine, nessuna domanda su questo argomento. Dall’altro si evitano le aree d’interesse relative alla città: spostandosi nell’insieme della Mostra, ai Giardini come all’Arsenale, si potrebbe spesso credere che le grandi città e le loro periferie non esistano, con tutto quel che comportano in fatto di fenomeni sociali inediti, oppure che per questa Mostra non costituiscano tema di discussione. Infine, anche se la 16. Mostra Internazionale di Architettura si occupa in modo privilegiato di questioni d’ordine sociale – si potrebbe dire perfino antropologico – si può tuttavia notare che è molto rara l’evocazione di un fenomeno che tocca la totalità del mondo, e non solo l’Europa occidentale e il bacino del Mediterraneo: cioè i fenomeni irreprimibili delle migrazioni dei popoli.

Vale a dire che la 16. Mostra si interessa al locale e non al globale.

Il riconoscimento attribuito all’architetto e storico Kenneth Frampton, Leone d’Oro alla carriera di questa Biennale, ci ricorda la sua difesa dell’idea di ‘regionalismo critico’ dell’inizio degli anni Ottanta. Era il momento in cui gli sviluppi internazionali dell’architettura moderna suscitavano critiche, mentre veniva in luce una nuova generazione d’architetti, alcuni dei quali sono presenti alla Biennale 2018: in particolare Aurelio Galfetti, Álvaro Siza e Mario Botta.

Frampton all’epoca prendeva spunto dalle affermazioni del filosofo Paul Ricoeur che, fin dal 1961, si era chiesto: ‘Come modernizzarsi, e ritornare alle origini? Come risvegliare una vecchia cultura assopita e inserirsi nella cultura universale?’. E Frampton precisava: ‘L’intento fondamentale del Regionalismo critico è smorzare l’impatto della cultura universale attraverso elementi derivati indirettamente dalle particolarità proprie di ciascun luogo’. Stando alla Biennale 2018 la domanda non è forse rimasta evidentemente la stessa?

‘Freespace invita a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo e di inventare soluzioni in cui l’architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni abitante di questo fragile pianeta’, affermano Yvonne Farrell e Shelley McNamara nel loro Manifesto.

‘Nuovi modi di vedere il mondo’: l’osservazione riguarda quindi in particolare i territori in cui i progetti sono inscritti, le loro caratteristiche e le risorse che forniscono. L’esempio principe di questa impostazione potrebbe essere la scuola presentata da Case Design, studio d’architettura di Mumbai, all’ingresso delle Corderie: l’Avasara Academy è una realizzazione che si ispira al dato ambientale oltre che sociale; assume gli accenti brutalisti di una costruzione possibile con i mezzi locali, senza eccessive raffinatezze.

Saremmo quindi di fronte a una filosofia della prossimità. In effetti, i punti di vista sono davvero di prossimità: non si muovono al di sopra della realtà, non si rifanno a grandi principi. Se un dogma c’è, è soft, e le domande sono cool. L’accento cade perciò sulle pratiche sociali e sulle loro diversità; cade sui materiali e sul loro uso, ma si tratta di materiali spesso ‘ordinari’; cade inoltre sui modi di riuso che evocano i temi del bricolage, come quelli prediletti da Eva Prats e Ricardo Flores di Barcellona, per esempio. Al paragone la proposta di SANAA pare collaterale al tema, così come quella di Toyo Ito, che dà qui un contributo minimo di servizio. Queste ultime due proposte fanno parte di alcuni dispositivi spaziali e percettivi che paiono voler inventare esperienze nuove. Ma lo sono davvero?

La filosofia della prossimità mette necessariamente in primo piano le dimensioni tattili delle realtà considerate, realtà cui ci piacerebbe ancor più accostarci, il che è certamente più consono al locale che al globale. Ciò comporta delle conseguenze indirette. La prima è che lo star system, con le sue produzioni di valore simbolico, visivamente spettacolari, è pochissimo presente e, se lo è, in forma assennata. Una discrezione già innescata nelle due precedenti Biennali d’architettura, quelle del 2014 e del 2016. Insieme con questo ritrarsi dalle affermazioni spettacolari, la seconda conseguenza è l’atteggiamento implicito e condiviso del without rhetoric, dell’assenza di retorica. Da questo punto di vista i portoghesi hanno forse impresso il loro marchio a un clima generale, intitolando la loro mostra a Palazzo Giustinian Lolin Public without Rhetoric, ‘Pubblico senza retorica’? Un’atmosfera generale abbastanza serena e quasi modesta, in cui gli architetti, pur conservando (gelosamente) la loro individualità, cercano di accordarsi invece che di confrontarsi e contrapporsi: è prevedibile che questa 16. Mostra Internazionale di Architettura susciti pochi dibattiti e scarse polemiche.

Gli architetti hanno forse ritrovato una comune fiducia nella professione? Speriamo che questa fiducia non dimentichi gli sconvolgimenti che ci circondano.

Come nel caso della maggior parte delle Biennali precedenti i padiglioni nazionali dei Giardini riflettono le intenzioni delle curatrici della Mostra oppure se ne allontanano. Se il Giappone, con Architectural Ethnography from Tokyo, mette al centro l’interesse sociale come fa la Cina, che passa in rassegna le sue campagne, e l’Italia, che fa la stessa cosa con le sue montagne, altri paesi propongono un’installazione parziale, carica di contenuti come la Germania, o di contenuto ludico come la Svizzera, oppure libera da ogni contenuto come la Gran Bretagna, o infine di contenuto alternativo come la Francia: ‘Costruire degli edifici o dei luoghi?’. Altre nazioni sembrano voler ancora credere (nostalgicamente?) in una specie di utopia rivoluzionaria del nostro stile di vita sedentario. L’esempio migliore è quello presentato nel padiglione della Danimarca, dove c’è chi sogna un’ipermobilità: ‘Immagina di poter viaggiare dall’Italia alla Cina in tre ore. Oppure attraversare l’Atlantico in un’ora. In che modo ciò influenzerebbe il nostro modo di vivere, se in pochissimo tempo possiamo viaggiare e andare dove vogliamo?’. Ma di che cosa stanno parlando?

Le proposte nazionali mettono quindi in evidenza l’eclettismo dell’incertezza.

Crediti
Oggetto
16. Mostra Internazionale di Architettura FREESPACE
Curatori mostra
Yvonne Farrell+Shelley McNamara
Progetto di allestimento Grafica
An Atelier project, Dublino David Smith e Oran Day
Sede
Padiglione Centrale ai Giardini e l’Arsenale, Venezia
Sezioni speciali
Close Encounter, meetings with remarkable projects The Practice of Teaching
Progetti speciali
Forte Marghera, Mestre Padiglione delle Arti Applicate, Sale d’Armi dell’Arsenale
Date di apertura
26 maggio – 25 novembre 2018
Catalogo
Freespace, a cura di Yvonne Farrell e Shelley McNamara, la Biennale di Venezia, prima edizione maggio 2018 www.labiennale.org
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